lunedì 9 maggio 2016

Italia-Francia 1-1

Certo come vi dicevo un paio di messaggi fa, ci si abitua a tutto, ed è normale. Non solo, ma quando il contesto non può cambiare è addirittura auspicabile. Adattabilità, flessibilità, resilienza: sono qualità sempre più attuali per le persone (soprattutto per chi cerca lavoro!), i sistemi economici, le città.
A proposito di città resilienti, guardate cosa sta facendo Rotterdam per affrontare l'aumento del rischio di inondazione legato all'innalzamento del livello del mare:

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=5602&fromRivDet=185

Ho letto questo articolo qualche settimana fa sul numero di Altreconomia che mi è arrivato a casa; sì, perché mi sono abbonata pure da qui!
È fatta bene la rivista, ci sono affezionata ma credo che la decisione di abbonarmi derivi soprattutto dalla mia scarsa capacità di perdere le mie abitudini italiane. E parlavo di resilienza... che per definizione è proprio la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento.

Da quando sono qui ho iniziato istintivamente a fare il gioco delle differenze. Cambiando ambiente ci si accorge subito quando qualcosa cambia, le differenze saltano all'occhio; se sono piacevoli ci si abitua presto, se lo sono meno ci si augura che prima o poi questo succeda. E io non mi sono ancora abituata ad un sacco di cose.
Il gioco delle differenze è anche uno dei soggetti di conversazione preferito dagli italiani all'estero, soprattutto da chi è arrivato da poco; anche gli spagnoli se la cavano devo dire, e direi che si lamentano dei francesi ancora di più degli italiani.
In 9 mesi - un gros bébé, come dicono qui - mi sono fatta pian piano un'idea generale della questione. È probabile che fra 9 mesi questa idea sarà diversa e darà origine ad un altro post, e un altro gros bébé verrà fuori suppongo, he he he...
Infine: per mantenere un profilo politically correct nei confronti di tutti, per non cadere nella lamentela e neppure nel delirio esterofilo vi anticipo che la partita finirà pari, come il titolo del post preannuncia.

Bidet
Questo è il primo punto che segna l'Italia sulla Francia, e il principale dei luoghi comuni sui francesi visti dagli italiani. Nonostante "bidet" sia una parola di origine francese, in Francia non se ne fa più uso. Gli italiani invece fanno fatica a farne a meno, le italiane in particolare. Dato che poi anche in Spagna il bidet è un oggetto di uso comune, resta un mistero capire cos'è successo di strano tra le Alpi e i Pirenei per farlo sparire dalle case della gente. Quando vi dicono che "è per guadagnare spazio" mentono senza pudore, perché ho visto con gli occhi di questa stessa faccia bagni vuoti così larghi da poterne ospitare tre di bidet. Ma non ce n'era neppure uno.
In 9 mesi ho visto solo due bidet, in case di italiane.

Igiene personale 
Restando in tema di luoghi comuni, le immagini che evoca la Francia negli italiani non sono di solito l'emblema di una grande igiene. Oltre all'assenza di bidet dalle case, si pensa subito alla baguette sotto il braccio - che non esiste praticamente più a dir la verità - e al diverso rapporto con l'acqua e il sapone dei francesi. Diverso, a priori non inferiore e non superiore.
Loro, non avendo il bidet, fanno una doccia tutti i giorni; ma loro, non avendo quasi mai un lavandino nei dintorni del wc, spesso non si lavano le mani dopo averlo usato.
Loro da piccoli non hanno ricevuto un'educazione completa come in Italia sulla prevenzione dentale, né adesivi anni '80 con castorini sorridenti muniti di dentoni bianchi e spazzolini. Infatti resto l'unica di ST Tours a lavarsi i denti dopo pranzo, mentre loro si stuzzicano i denti con destrezza e stecchini, senza coprirsi la bocca con una mano, e poi masticano chewing gum.
I francesi hanno un rapporto più disinvolto e dinamico tra sporco e pulito. È abbastanza normale vedere gente - ragazzi - seduti per terra; giovani - ma anche il capo del mio capo lo fa - che mettono le scarpe sui sedili in autobus e in ufficio; è molto frequente vedere colleghi con penne, banconote, chiavi, dita in bocca, per utilità quando le mani sono impegnate o come giochino nostalgico della fase orale infantile quando sono sovrapensiero. Un altro esempio di disinvoltura: oggi durante il pranzo Marc, il collega degli stecchini, ha appoggiato il cellulare sul pane.
Troppa igiene fa male e indebolisce le difese naturali; poca igiene si maschera con una spruzzata di buon profumo, e di scie profumate sono piene le rues di Francia.
Anche questo punto va all'Italia, ma di poco. Perché il profumo in fin dei conti è di solito molto buono.

Bagni pubblici
Gli italiani sono così igienici e quindi così schizzinosi che trattano i bagni pubblici come luoghi sporchi a priori. Per non contaminarsi toccano il meno possibile: le donne non si siedono sull'asse, non lo alzano, gli uomini neppure. Il risultato è che i bagni pubblici in Italia sono i più sporchi di tutti.
Assegno due punti alla Francia: uno per il rispetto mostrato dagli utenti, uno per la presenza di carta igienica e sapone che in Italia troppo spesso non trovo.
Secondo me, purtroppo da noi anche chi deve gestire il bagno cerca di averci a che fare il meno possibile.

Pane e brioches
Vincitrice indiscussa la Francia. Il burro nei dolci da forno rende magico il momento della prima colazione. Penso ai pains au chocolat e ai croissants, che qui si chiamano in generale viennoiseries, cioè "cose di Vienna". E poi pane ai semi, integrale, al mais, croccante con mollica morbida, mai asciutto. Buonissimo.
Secondo me il pane in Italia non è così buono. Noi abbiamo addirittura il pane sciapo; sarà sì per accompagnare il fantastico olio toscano, che con un pane più saporito non esprimerebbe tutto il suo profumo.
Ma per me questo non equivale al piacere essenziale e semplice di mordere una baguette tiepida mentre si cammina per strada con le borse della spesa al braccio. Baguette tenuta in mano senza fazzolettino, beninteso.

Case da fuori
Molti italiani mi dicono che l'aspetto delle città francesi è caratteristico, riconoscibile, e io sono d'accordo. C'è in generale più verde, che è anche più curato, e strade di solito più pulite, ma sono principalmente le case ad essere belle. La maggior parte delle volte le case hanno una forma di "casa" che noi ci stiamo scordando: tetti spioventi, finestre con le imposte, pochi piani. In Italia ogni tanto mi sembra di osservare la ricerca per la forma moderna nel tentativo di farla originale. Ma una casa deve accogliere e riparare, non stupire.
In Italia le brutture vecchie e nuove si moltiplicano. Cubi e parallelepipedi con linee minimaliste.
Immagino che invece in Francia ci sia una legge che impone di costruire case con criteri estetici omogenei rispetto alle altre, e rispetto soprattutto alla forma di casa tipica locale.
A Tours le case hanno i tetti di ardesia e i muri bianchi o beige. La pietra locale è un tufo pallido che i costruttori cercano di replicare anche facendo le case popolari di cemento. Questo regala alla città un'armonia che è proprio bella da vedere.
Un punto alla Francia.

Case da dentro
Eh. Che peccato. La trasandatezza che per molti aspetti si riscontra nei francesi, romanticamente négligés nei migliori nostri luoghi comuni, torna nel momento in cui i muratori devono iniziare ad occuparsi delle rifiniture interne delle case.
Qui si usa molto la carta da parati, che spesso viene dipinta e si chiama quindi "papier paint". Ho visto una tappezzeria ricoprire fili elettrici passanti lungo i muri, senza canaline, incollata pure storta. Un orrore.
Qui si usa molto la moquette, che per una settimana dopo averla distesa sarà pulita e poi mai più per i successivi vent'anni. Ma perché esiste ancora? Non è lavabile, punto. Poi quando si sporca inizia il gioco di disporre tappetini, piante e tavolini in punti strategici per coprire le macchie.
Per entrambi i tipi di rivestimento, la manutenzione è incredibilmente più complicata. Un esempio: in ST è successo che un condizionatore nel corridoio delle RH ("erre-hache" si dice, le Risorse Umane) si rompesse. Era domenica e c'è stato abbastanza tempo perché si riversasse sul pavimento acqua sufficiente per inzuppare, ad occhio, almeno 200 mq di moquette prima che qualcuno intervenisse. Il lunedì le colleghe (anche qui tutte donne all'Ufficio del Personale) hanno iniziato a lavorare circondate da quadratoni di moquette stesi ad asciugare, facendo lo slalom tra passerelle di cartone e pezzi di pavimento di cemento con strisce di colla messe a nudo. Murielle, la collega RH che mi ha aiutato per le mie faccende burocratiche internazionali, sostiene che non metteranno più la moquette perché troppo difficile da mantenere. L'avete capito alla fine, bene. Comunque 3 mesi dopo è ancora slalom.
Un punto all'Italia, non se ne parla.

Bricolage
Non a caso questa è una parola francese, e non a caso il Leroy Merlin è francese. Qui tutti si occupano da soli della manutenzione di casa e si mettono a posto la macchina.
Il mio collega Philippe, il Process Leader della metallizzazione PVD, si è costruito un cancello, il garage e una veranda. Ha piastrellato, fatto l'impianto elettrico, montato tetto e vetrate. Durante i lavori, ogni lunedì a pranzo ci teneva informati sullo stato di avanzamento della costruzione. Io capisco ancora poco del francese parlato a pranzo dai miei colleghi, ma era evidente che parlava di robe di carpenteria perché capivo ancora di meno.
Dato che tutti si fanno i lavori da soli, la conseguenza è che i prezzi degli artigiani sono altissimi e ce ne accorgiamo io e Andrea, il mio capo, che non sappiamo tenere in mano un martello.
Anche se mi capita di rimpiangere il Muratore Bergamasco quando mi trovo davanti ad evidenti "bricolate" - lavori fatti male, spesso dai privati ma talvolta anche da chi si proclama professionista - in questo campo i francesi ci battono di brutto.

Viabilità
Qui si dice che gli italiani guidino male, un luogo comune dei francesi verso di noi. Noi stessi siamo i primi a riderci su: ogni italiano quando si mette al volante diventa un po' più belva e si prepara ad una sorta di lotta per la sopravvivenza.
Per permettere un agevole svolgimento della battaglia senza quartiere che ha luogo nel traffico, i progettisti delle strade italiane hanno fatto un gran lavoro per permettere una gran fluidità delle traiettorie delle auto.
Qui in Francia invece è tutto più difficile. I progettisti sanno di avere a che fare con una popolazione di automobilisti disciplinata che adora le regole, così è un attimo divertirsi con un pizzico di sadismo e mettere apposta i bastoni.... fra le ruote. La cosa che trovo di un'esagerata malvagità è il posizionamento di zone di parcheggio alternate lungo le vie residenziali, in modo da creare uno slalom tra le macchine parcheggiate che costringe a rallentare. Non si rendono conto che le macchine rischiano di essere tamponate da chi sbaglia una curva, prende una pozza, calcola male le distanze.... ma è pericolosissimo! Certe volte davanti alla prima macchina parcheggiata sul lato mettono un bel paletto bianco, così rischi proprio di distruggerti.
Una carreggiata dritta, qui, è quasi offensiva.
Questo punto lo do all'Italia. Multa alla Francia.

venerdì 22 aprile 2016

Aggeliki


Eccomi di nuovo nuovo in una sala d'aspetto. Stavolta Parigi Orly, mi sono messa in testa di imparare anche questo percorso passando da Montparnasse. È andata bene, nel senso che sono arrivata in tempo per prendere l'aereo, anzi potevo in effetti anche farmi un giro alla tour Eiffel dato che il volo per Linate è in ritardo. Per gli amici viaggiatori: tempo di percorso = un'oretta da Montparnasse all'aeroporto, costo = un biglietto urbano di Parigi + 9,30 euro per la navetta OrlyVal che impiegando 5 minuti scarsi per l'intero tragitto costituisce il mezzo di trasporto più caro al mondo per unità di tempo.
Torno a casa con un pretesto tenero: il battesimo di Alice, la figlia di mio cugino Marco. È il primo battesimo a cui sono invitata nella storia della mia famiglia; forse i battesimi sono passati di moda come feste di famiglia, forse si preferisce celebrarli entro un nucleo famigliare intimo. Fatto sta che sto vivendo questa occasione come un piacevole ritrovo di parenti, più semplice di un matrimonio, a cui però saremo belli e ben vestiti e rilassati e sorridenti.
Parto dopo aver appena incontrato al volo Aggeliki, Angelica, la ragazza greca del mio collega italiano arrivato a gennaio, che è venuta qui in vacanza a trovarlo. Quando tornerò a Tours lei starà per tornare ad Atene, anche se è qui da poco questa è l'ultima volta che ci vediamo. È capitato a fagiolo quindi il mio errore con l'orario del treno, che mi ha fatto uscire dall'ufficio un'ora prima del dovuto.
"Che rintronata sono" è stato il mio primo pensiero; e poi "Cosa posso fare per approfittare di questo tempo in più?" è stato il secondo.
Così ho chiamato Aggeliki, e ci siamo trovate a parlare su una panchina di pietra fuori della stazione di Tours. Abbiamo solo una mezz'ora per chiacchierare e salutarci, così ci bastano due o tre frasi di convenevoli e poi si passa subito al sodo e si entra nel personale, dove si parla di progetti, amori, scorni, emozioni. Aggeliki mi stupisce quando dice che mi vedeva molto più spensierata a gennaio, quando ci siamo conosciute. Cosa mi sta preoccupando? Cosa c'è che non va?
Non le so rispondere e comincio ad esplorare motivi possibili, come il raffreddamento dei miei rapporti con la padrona di casa, che era pure venuta alla mia festa di compleanno; o l'ulteriore autospellamento di Teresa - la mia gatta nevrotica autolesionista; o il lavoro, che è faticoso e davvero poco divertente, i miei colleghi sono ancora distanti. O forse sarà che dopo 8-9 mesi mi sto abituando a stare qui e le paillettes dell'entusiasmo iniziale si sono opacizzate a causa delle piccole e grandi, benché normali, pesantezze quotidiane. Lo sapevo che non stavo trasferendomi alle Maldive, e neppure che la Francia fosse il paese giusto per me. Ma vivere nella realtà è bello soprattutto perché è vero, anche se più difficile che vivere a Serenopoli; e se si resta nella realtà ci si abitua a qualsiasi cosa.
Forse allora è proprio questo il punto: non mi sento più in vacanza. È successo.

Me ne accorgo ora parlandone con questa ragazza allegra, affettuosa, indipendente, che ama viaggiare e che forse un giorno deciderà di trasferirsi a Tours per stare vicino al suo fidanzato. Ai suoi occhi questa è un città ancora nuova, che potrebbe diventare lo scenario del suo progetto di coppia se verrà qui a vivere, di un progetto di lavoro, di un futuro ancora da scrivere. Aggeliki è sveglia e piena di buone idee. È biologa, ma si è pure già inventata un altro lavoro da fare qui: proporsi alle agenzie immobiliari per accompagnare i clienti stranieri in cerca di una casa, cosa che secondo me andrebbe alla grande dato che i francesi non se la cavano benissimo con le lingue. D'altra parte lei ne ha avuto esperienza diretta quando ha aiutato Antonio a cercare casa a Tours la prima volta che è stata qui! Grande idea, Aggeliki.

Nella realtà quindi ci si abitua a tutto, prima o poi.
Sarà la creatività che impedirà alla stanchezza della routine di averla vinta.
Mi inventerò qualcosa anch’io, ma ci penserò durante il viaggio di ritorno.

martedì 29 marzo 2016

Speciale Lavoro 2

Vacanze di Pasqua al termine e sul treno per Tours ho gli ultimi momenti di relax della settimana.
È stata settimana proprio bella, e a questo giro ho sperimentato ulteriormente la formula "ci vediamo a colazione" per ritrovare le amiche; un momento libero per forza, stretto tra il risveglio e la giornata in ufficio, che però può richiedere disponibilità ad orari indecenti. Solo per chi se la sente!
Dopo un bagno di folla tra amiche e famiglia, focaccia nel caffelatte e uova di cioccolato, ora si torna alla quotidianità delle strette di mano, dei bonjour, della gentilezza un po' sincera e un po' no che caratterizza le relazioni interpersonali tra francesi. Anche stavolta in Italia molti amici mi hanno chiesto come mi trovo con le persone, col lavoro, con la nuova vita. Dopo 8 mesi l'euforia dei primi tempi ha lasciato posto ad uno stato d'animo più moderato, ma sono contenta.

Il lavoro mi impegna molto, più che ad Agrate. Forse qui mi viene data più responsabilità, o forse ad Agrate me ne sentivo di meno pur facendo la stessa cosa. Qui non padroneggio ancora tutti gli strumenti per lavorare, i software e le procedure - i francesi adorano le procedure, lo sapevate?
Finite le ferie, in ufficio mi aspetta la solita montagna di cose da fare, anzi no un po' più grande dopo una settimana di assenza. La solita posta elettronica intasata.... in questi frangenti penso al mio ex vicino di banco Fra che aveva la Inbox sempre linda, e una determinazione ammirevole nel cancellare le mail. Invece io mi perdo un po', e non so ancora gestire tutto nelle 8 ore ma neppure in 10. Prima di partire ho fatto la "pagella", cioè un colloquio di valutazione col mio capo in cui si esamina la situazione: come mi trovo, come funziono al lavoro, come potrei migliorare. Già l'anno scorso durante il colloquio di selezione al mio capo era scappato un indizio sullo stile di lavoro a Tours: "Si inizia a lavorare intorno alle 8-8.30 al mattino e si finisce verso le 18-18.30", disse descrivendo quella che poi ho capito essere la sua giornata-tipo. Se togliamo da questo orario 45 minuti di pausa pranzo (ma a lui ne servono solo 20) si ottengono fino a 11 ore e 45 minuti  di lavoro al giorno. Ho capito a mie spese che è proprio così: se voglio concludere alcune delle cose che mi vengono chieste devo fermarmi quando in ufficio c'è calma, a partire dalle sei di sera.
Ammetto che se mi pesasse non lo farei. Ma mi pesa pensare che talvolta è necessario, e che potrebbe diventare un'abitudine finire tardi. Uno strumento con cui si mascherano le carenze organizzative e di personale di una struttura che, nonostante alcuni aspetti artigianali com'è ST Tours, riesce a cavarsela in un mercato ad alta tecnologia, che richiede investimenti importanti. Come? Forse anche limitando le assunzioni.
Io non sono pigra (non al lavoro) e certe volte trovo addirittura motivante sentirmi parte di un macchina produttiva in cui i singoli meccanismi che ne fanno parte hanno il comune obiettivo di funzionare insieme e produrre beni - oddio, che visione aziendalista...
Al colloquio col mio capo però mi trovavo al culmine di un raffreddore spossante, con un cerchio alla testa e il moccio a naso, e la mia motivazione era debole. Vedevo poco efficaci i miei tentativi di barcamenarmi tra i numerosi punti delle numerose liste di cose da fare con cui riempio la mia agenda. Così ho fatto presente la mia difficoltà organizzativa e la risposta è stata che a Tours, purtroppo, si lavora così. Glom. Con l'esperienza sarà più facile lavorare, d'accordo, ma avrò anche più cose da fare, perché oltre a quello che sto seguendo so già che devo prendermi la responsabilità di un altro paio di processi. OK, vediamola così: a Tours non ci si annoia!
Il contesto comunque permette una certa flessibilità oraria, che riduce molto gli svantaggi. Il tram che prendo per tornare a casa infatti fa orari più lunghi dei miei, e se dopo il lavoro devo vedere gli amici il gioco è fatto. Le otto di sera è tardi per smettere di lavorare, ma è giustissimo per prendere una birretta in centro o andare al cinema!
Già dal primo mese qui ho iniziato a frequentare il cinema Studio (leggere Studiò), che è un cinema d'essai ma non solo, dove si vede gente molto intellettuale e radical-chic, dove tappezzeria e moquette sono rosse, dove si trovano volantini per iniziative ed eventi molto intellettuali e radical-chic. Insomma, per i milanesi: è l'Anteo di Tours.
Comprarmi la tessera del cinema con lo sconto che il Cral dell'ST di Tours offre ai dipendenti è stato uno dei miei primi passi di ambientamento qui. E non dovrei chiamarlo Cral ma CE, Comité d'Entreprise, che ha anche una funzione di sindacato... queste finezze non mi sono ancora chiare.
La sala del CE è un posto molto ricco di spunti, peccato che sia aperta solo per un paio d'ore due volte alla settimana. Per molti aspetti è proprio come il Cral, ma non completamente.
Ci si trovano sconti per tante cose del genere spettacoli, sport, vacanze. C'è una biblioteca, che non ho ancora visitato. Organizzano gite turistico/commerciali in periodo di saldi in giro per la Francia, da prenotare mesi prima. Organizzano tornei aziendali di sport vari. A Natale hanno preparato un cesto dono per i dipendenti - inciso: non per gli interinali - con robine locali buone da bere e mangiare, e hanno organizzato una raccolta di giocattoli usati da regalare alle solite famiglie povere di cui si ricorda l'esistenza sotto le feste.
Insomma a me sembra una bancarella colorata che più che aiutare a risparmiare ti trova ulteriori modi di spendere. Forse è meglio che non sia aperto tutti i giorni.

mercoledì 23 marzo 2016

Pasqua con tuoi

Ciao a tutti,
sono di nuovo in viaggio. Non è ancora diventata un'abitudine ma devo dire che ormai mi oriento bene a Parigi Charles De Gaulle, che ho eletto a mio aeroporto preferito per i miei viaggi di ritorno in Italia. Qui è facilissimo per prendere EasyJet, e la stazione ferroviaria proprio dentro all'aeroporto a portata di due-tre rampe di scale mobili. Oggi ho provato un nuovo modo per arrivare qui da Tours, un po' più lento e scomodo ma molto meno costoso. Lo dettaglio un minimo per i miei prossimi visitatori - a proposito: chi viene? guardate che è quasi primavera! In pratica invece del TGV diretto Tours-CDG si prende il treno per Parigi; poi da Montparnasse, dove si arriva, si va con metropolitana + RER B fino all'aeroporto. Super!

Oggi che è passato solo un giorno da ieri, la seconda edizione degli attentati ambientata a Bruxelles, sono in un aeroporto proprio come 36 ore fa quelli che sono morti. E sono tranquilla. Ci stiamo già abituando? Sbaglio a mettere il punto interrogativo perché la domanda è puramente retorica. Sì che ci stiamo abituando: la gente si muove normalmente qui, parla al telefono annoiata aspettando l'imbarco, lavora al pc o gioca con i bambini per riempire la loro attesa. Non vedo e non sento messaggi d'allarme diffusi. Forse anche altri hanno sentito un brivido sotto al cappotto vedendo tre mitra spianati in mano ai militarini stazzati non più che ventenni che girellano nell'atrio, tra le scale mobili e i baretti de La Brioche Dorée che profumano di croissants al burro a tutte le ore.

Oggi in aeroporto ho visto quattro clochards che abitano qui, che non avevo mai notato prima. La loro casa è una zona delle aree di attesa, e un carrello portabagagli con sacchetti e bottiglie d'acqua. Purtroppo attirano meno attenzione dei due passerotti che sono entrati qui chissà come, e anche loro qui sono rimasti, perdendo la strada che stavano facendo. E infatti i passerotti li fotografano tutti, e io pure. Che questo aeroporto possa essere un riparo abbastanza caldo e protetto per tutti loro, finché non ritroveranno la loro strada.

Tanti come me tornano a casa per le vacanze di Pasqua. Natale con i tuoi e pure Pasqua, se a casa ci sono tre nipotini da stropicciare e spupazzare quasi per certo contro la loro volontà, dato che la zia Serena non la vedono mai e non hanno molta confidenza. Tommaso sta mettendo i denti e ha due mezze palette là sopra, sta lasciando la sua faccia da bambino insieme ai denti da latte. Penso al giorno in cui è nato: ho ricevuto il messaggio di mio fratello mentre stavo seguendo la ristrutturazione della mia casa di Milano.
Nella casa ristrutturata ora ci dorme un'altra persona, e i sogni e i progetti confusi e mai ben definiti in realtà sono rimasti anche anche loro indietro. Lacrimina. Oh, ma insomma, stasera però ci dormo io!

Buon viaggio a tutti, un abbraccio 


Serena


sabato 27 febbraio 2016

Tango a Tours

Forse non tutti sanno che... anche a Tours si balla tango. Veramente poco in confronto a Milano, ma c'è - e ancora grazie che c'è - un'associazione che organizza i corsi e una volta al mese una milonga, cioè una serata di ballo in un locale. D'estate fanno anche le serate all'aperto nella famosa Guinguette, il bar sulla Loira che costituisce una delle motivazioni del mio stare a Tours ed è tappa fissa per le uscite da giugno a settembre. Non vedo l'ora di ballare sotto i salici piangenti, Autan a portata di mano e birretta venduta in bicchieri di plastica a rendere - su "consigne" - che se li riporti al bar ti restituiscono un euro. Insomma questa bella associazione tenuta in piedi da un gruppo di giovani all'insegna dell'autogestione si procura i deejay - o Tj, "tango deejay" - qua e là, contando sul passaparola e sulla buona volontà. E così ecco che ben due delle serate di ballo mensili tanto attese sono state rovinate da dei deejay più ispirati dal rock e dal lounge che dal tango, con nessun riguardo per i Grandi Maestri del passato e neppure per il pubblico di ballerini che aspettavano da un mese la serata. Io ero tra loro. Fumante di rabbia e frustrazione.
Questo tipo di serata qui viene chiamato "Milonga Alternativa". Data la proverbiale rigidità dei francesi, in una serata alternativa non si può ascoltare un tango normale. Però secondo me c'è un limite a tutto, e quando il deejay della prima serata ha messo un pezzo degli U2 mi sono alzata e sono andata nella sala accanto dove facevano salsa: per ballare e veder ballare qualcosa di coerente con la musica. Belli gli U2, eh, ma quelli me li ascolto a casa mia e sono certa che anche loro si sarebbero rivoltati nelle loro .... mmmhhh.... poltrone a Dublino, ad esempio, se avessero visto noi ballare la loro canzone con le sacade e gli incroci. Eh no.
E il deejay, imperterrito, passava ai Pink Floyd passando per i Rolling Stones incurante del fatto che fossero rimaste a malapena 2-3 coppie in pista a tentare di conciliare passi tradizionali con ritmi alternativi. Era ottobre, io frequentavo da poco l'ambiente del tango e non avevo creduto a chi mi aveva sconsigliato la serata. Segno che non era la prima volta che questo deejay sconsiderato faceva danni.

E la seconda volta? Era uno dei giorni tra Natale e Capodanno in cui si esce volentieri con gli amici anche se fa freddo, gran parte della città è in ferie e il ritmo di vita è morbido, chi è tornato dalle vacanze (io) riprende i contatti con chi è rimasto in città nel calore dei locali e dei sorrisi delle feste. In milonga tanta voglia di ballare, donne in velluto nero e tacchi, sorrisi abbracci e sbrilluccichi natalizi qua e là.
E tu, Tj dal pregevole incarico di musicare una serata con queste emozioni e queste premesse nell'aria, ti permetti di mettere robaccia? Non erano gli U2 ma erano pezzi che non c'entravano, o tanghi assurdi e difficili da ballare, pezzi inascoltabili e aggressivi che tuttavia senza dubbio testimoniavano il grande lavoro di ricerca e l'originalità del deejay. Ecco, quella volta non c'era una sala accanto dove ballare salsa, così mi sono di nuovo alzata ma per andare dal deejay a chiedere di mettere per favore qualcosa di più classico. E lui, molto cortese: "Mi spiace ma non si può, la scaletta è questa e ormai ci sono SOLO DIECI PEZZI PRIMA DELLA FINE". Dieci pezzi = oltre mezz'ora di musica: dov'è la buona ragione per mettere altri dieci pezzi brutti?
Nel mio sistema di riferimento questo impedimento era fittizio e ingiustificato, ma è certo che, se i francesi sono rigidi, io non sono certo flessibile. Così quella sera sono anche andata a protestare con gli organizzatori, e questi bravi ragazzi gentilmente mi hanno spiegato che non hanno i budget delle milonghe di Parigi e che "lasciano spazio a tutti per esprimersi". Ecco finalmente la liberté e l'égalité, accanto alla mia rigidité: perché io in effetti non lo farei. E aggiungono che se voglio c'è spazio anche per me, se mai vorrò cimentarmi come musicalizador: e be', perché no, in futuro... potrebbe essere divertente provare.
Passa una settimana e ad una pratica, cioè una serata informale di ballo, incontro il presidente dell'associazione, uno dei giovani gentilissimi che avevano accolto il mio sfogo pochi giorni prima. Hugue mi dice che sono messi male perché per il 19 febbraio hanno programmato una milonga ma non hanno il deejay: non è che io sarei disponibile?
Glom.
Paura. Oddio in che pasticcio mi sono messa.
Opportunità. Un'occasione irripetibile, a Milano impossibile.
Sfida. Non ho mai messo la musica neppure in una serata tra amici, ma ho un mese di tempo per prepararmi.
Dico qualcosa tipo "Madonna, ma siete sicuri??" ma lui non fa una piega. Eio accetto.

Un mese di preparazione, di letture in internet, di consigli in chat con i miei amici Tj di Milano Ale Mazza e Ausländer, che ringrazio infinitamente. Le serate passate ascoltando i pezzi su youtube sono diventate sempre più frequenti con l'avvicinarsi della data fatidica, e ad un certo punto ho iniziato a creare le mie tande, gruppi di 3-4 brani dello stesso tipo di musica. TTVTTM, sembra un acronimo per esprimere discretamente i propri sentimenti sul diario di scuola, ed invece indica la classica struttura alternata ed equilibrata di tande di tanghi, vals e milonghe che ho usato per montare la mia playlist di 6 ore di musica.
È stato bello immaginare le sensazioni provocate nei ballerini da una certa sequenza di pezzi, e cercare di metterli in successione con armonia. Non è stato sempre facile trovare brani abbastanza omogenei, ma anche sufficientemente vari, per comporre le tande. 

La parte più divertente è stata la scelta delle cortine, cioè gli stacchi musicali tra una tanda e la successiva. Lì il deejay ha carta bianca, ed è stato un bel gioco scegliere brani per introdurre l'atmosfera della tanda che seguiva, o canzoni divertenti per spezzare la tensione drammatica che ogni tanto si crea in milonga. Ho usato canzoni che mi piacciono, soprattutto italiane e cantate da donne; pezzi che mi ispirano, che sono stati significativi per me e che mi hanno emozionato ascoltandoli a biodanza. La mia piccola firma alla serata. Grazie alla Provvidenza, neppure dal punto di vista tecnico ho avuto particolari problemi perché giusto due settimane prima della serata al lavoro mi hanno dato un pc portatile da portarmi in trasferta ad Agrate. È stato fondamentale per impratichirmi con Windows Media Player, l'ho tenuto anche per tutta la settimana successiva alla missione fingendo di dimenticarmelo a casa, per poterlo usare in milonga.

Finché... arriva il 19 febbraio. Ore 19, La Fabrica, rue Giraudeau.
Che paura quella sera. Come sempre avviene qui, l'ambiente è abbastanza informale, le persone sono accoglienti e ti sorridono. Ma io, per mettermi in leggera supplementare difficoltà, quella sera arrivo al locale un po' tardi, in bici trafelata, al lavoro non sono riuscita ad uscire all'ora che volevo e poi a casa mi sono voluta docciare a tutti i costi, l'agitazione mi aveva fatto sudare.
Ho a disposizione solo 15 minuti invece di 30 per fare le prove tecniche di suono. Devo dire che sono bastati, anche se ero un po' in ansia di fronte a quel coso pieno di lucine il tizio del locale non mi ha lasciato dubbi: "Del mixer non toccare nient'altro che la leva del volume, se no incasini tutto: chiaro??"

La serata si svolge bene, non c'è moltissima gente ma neppure il locale è enorme, e la pista è bella piena già con una quindicina di coppie. Lo so perché durante la serata mi sono scritta tutto! Ci sono tanti momenti vuoti per una Tj alle prime armi arrivata con la playlist già pronta (cosa che i veri deejay non fanno mai), che quindi durante la serata deve intervenire solo ogni 10-15 minuti per gestire il passaggio tra la fine della cortina e l'apertura della tanda seguente; così mentre stavo molto professionalmente in attesa di compiere il mio dovere mi sono annotata tanti dettagli: le reazioni dei ballerini, le sensazioni che dava la musica, pezzi da togliere o da riproporre le prossime volte, se ce ne saranno.
La prima cortina è "Parole di burro", dolce dolce. Qualcuno accenna un lento ma poi si separano, allora sfumo Carmen Consoli e riparte il bandonéon. La seconda cortina è "Parole, parole": la voce di Mina fa voltare verso di me Chiara, la mia amica tanguera fiorentina che vive qui da 20 anni, che nel frattempo è arrivata in milonga a sostenermi nell'impresa, e naturalmente per ballare. Sorride e alza il pollice in segno di approvazione, io gioisco. E poi Ornella Vanoni, Patty Pravo, Malika Ayane, ma anche Barry White, Eddie Vedder, Tenco. Alcune cortine fanno spuntare sorrisi anche sui volti dei ballerini in pista, volti che si guardano dopo aver danzato insieme delle emozioni, abbracciati. Alcune cortine li fanno ballare ancora, allora non sfumo la canzone e gli permetto di godersi fino in fondo quel piccolo piacere extra.

Guardo la pista seduta sul mio sgabello alto, mi godo la serata e la musica anche se ballo poco, ma stavolta è diverso. Quando ballo mi sento strana, non mi abbandono completamente ma ascolto la musica molto di più. Stavolta in un certo senso sono io che faccio ballare il ballerino che mi fa ballare, dato che ho scelto io la musica! E quando non ballo sono contenta lo stesso, penso che il piacere degli altri è il mio piacere, ed è una gioia sentire di avere in mano gli strumenti per fare una cosa bella da offrire a persone venute nello stesso posto e nello stesso momento per celebrare la passione che condividono. Saranno state 50 persone al massimo gli ingressi di quella sera, molte coppie arrivavano da fuori, e tra Poitiers e Le Mans molti hanno fatto diverse decine di chilometri per venire alla milonga del 19 febbraio a La Fabrica.

Qualcuno passa dalla mia postazione e arrivano i primi complimenti per la musica, non solo da chi sa che è la mia prima volta. Approvano le scelte di tango classiche, ma in particolare: che carine le cortine! E io gongolavo, ragazzi. Una ragazza dell'associazione, pour parler, si mette addirittura a fantasticare di un luminoso futuro da professionista della consolle: chissà, un giorno Serena "La Pro" sarà ricercatissima nelle milonghe di Parigi... ridiamo insieme al pensiero, ma in effetti suona bene: et voilà, per il nome d'arte è fatta.

Ma lo volete sapere qual è stata la soddisfazione più grande di tutte, la ciliegina sulla torta? Mi sono sentita veramente molto fiera di me stessa quando ho visto ballare il nostro deejay appassionato degli U2 sulle note di "Guarda che luna", "Bem leve" e "I'm your man". Alla fine mi ha ringraziato.
E io sono tornata a casa F E L I C E.

martedì 9 febbraio 2016

Pensieri leggeri, pensieri pesi

Questa settimana sono a Milano per un viaggio di lavoro, per fare un corso ad Agrate. A ormai sei mesi dalla mia partenza.
Come quando sono tornata a dicembre a trovare amici e colleghi, è bellissimo ritrovare queste persone care. Lavorare all'ST di Agrate mi piace molto, quando si tratta di starci quattro giorni. Forse la mia giusta dimensione è quella di un lavoro in cui si viaggia, si sta in città diverse e con colleghi diversi. Una vita più leggera, con radici superficiali, facile da mettere in valigia e portarsi dietro, che ti fa sentire a casa ovunque e ovunque sei capace di ricreare un pezzetto di casa.
A parte il cibo, qui è tutto più grigio, ma mi sento capita, e quando racconto delle stravaganze francesi a persone della mia cultura e nella mia lingua - di stecchini, bidet assenti e strette di mano quotidiane per intenderci - lascio tutti a bocca aperta e non sono più la disadattata che mi sento in Francia.
Durante il mio Erasmus, sedici anni fa, innervosita dal rituale dei doppi bacini per me senza senso con cui dovevo salutare tutti i miei compagni di corso tutti i giorni, feci questo pensiero: io non potrei vivere in Francia. E non me lo ero dimenticato questo pensiero quando dieci mesi fa facevo le manovre per trovare un posto in ST in Francia, però non ci ho dato troppo peso. Ora però mi pesa; vedremo tra altri sei mesi cosa penserò.
Pesantezze e leggerezze che mi accompagnano in questi giorni italiani. E intanto adesso, mentre preparo il mio letto nel divano pieghevole della mia casa di Milano, col trolley di fianco, mentre Matteo dorme nella mia stanza, mentre guardo i colori che ancora amo con cui ho rinnovato la mia casa... penso che qui sto bene. In questa casa e in questa città sono stata anche male, ma adesso che siamo state lontane per un po' stiamo forse facendo pace? E poi, La Domanda:
Che cosa succederebbe se tornassi in Italia?
Stasera è davvero la prima volta che arriva questo pensiero qua. A Tours mi è capitato di essere sfiorata dall'atroce dubbio "Che cavolo ho fatto....", abilmente messo da parte senza ulteriori riflessioni. Era un pensiero di insicurezza, buono solo per fare un passo indietro, se mai un pensiero simile fosse abbastanza per riuscire ad uscire dalla paralisi della paura di sbagliare. Stavolta invece è un pensiero affettuoso, che guarda avanti alle possibilità che ci sono. Che sa di "Perché no?", la stessa formula magica che mi ha portato in Francia.
Sono contenta perché ora non c'è angoscia né incertezza, il futuro è un regalo da scartare e non una mina col timer inserito. L'esperienza di questi primi sei mesi e il lavoro mentale ed emotivo che l'ha resa possibile sono stati una palestra utile per affrontare i prossimi passi che ci saranno.
E se ora non vado a letto subito subito, tutti 'sti bei pensieri non serviranno a tenermi sveglia domani davanti alla voltammetria ciclica e compagnia cantante.
Bonne nuit!

giovedì 21 gennaio 2016

Inverno a Tours



Ciao a tutti! eccomi ancora qui con voi!
Mi concedo di nuovo stasera di restare un po' più a lungo in ufficio per scrivervi, anche se i miei orari al lavoro sono decisamente migliorati con l'inizio del 2016. Ho preso ad arrivare un po' più tardi e ad uscire un po' più presto, al mattino mi capita anche di spostare la sveglia un'ora dopo quando ho troppo sonno per uscire dalle trapunte e affrontare la giornata.
Avete letto bene: trapunte. Da qualche giorno ho aggiunto al piumino invernale quello estivo, entrambi infilati nel copripiumone, semplicemente perché quando vado a nanna ho freddo. Normale, no? gli altri classici metodi sono già applicati: calze da notte, berretto da notte, borsa dell'acqua calda, Sandra sul letto e Teresa sotto alle coperte. Devo dire che, con la doppia trapunta, adesso al mattino sono anche un po' sudata.
Con tutto questo non vorrei spaventarvi, che poi non viene più qui nessuno, he he he... Il fatto è che in questi giorni a Tours fa finalmente freddo: basta inverni finti! qui ora ci sono veramente pochi gradi, la pista di pattinaggio montata a dicembre va a gonfie vele, lunedì ha pure nevicato! E fin qui... come direbbe Luisito. Eh no, non è finita. Bisogna aggiungere che in questa bella casa bohemienne antica e atipica in cui abito il principale classico metodo antifreddo ha trovato delle resistenze - e questa è proprio l'espressione giusta: il riscaldamento è elettrico, quindi costoso, quindi cerco di tenerlo acceso il minimo indispensabile. Bella ma pure mal coibentata, per cui mi è capitato di spegnere la luce con 18 gradi e di ritrovarne solo 12 al risveglio. Quindi la motivazione per riscaldare la casa viene meno, amici miei, col pensiero è che è tutto inutile. E così quando una sera arrivata a casa dal lavoro ho misurato 11 gradi in sala, ho deciso di aggiungere lo strato in più di trapunta. Ah certo, perché di giorno io tengo tutto spento: queste stufette elettriche atipiche sono a rischio incendio, quindi in casa mi metto un po' più di maglioni e certe volte rientrata a casa tengo pure il mio bel colbacco di pelo sintetico - che vi ricordate di sicuro :D - per un paio d'ore.
Se questo è il prezzo da pagare per abitare nella casa che a prima vista mi ha affascinato - le magagne escono sempre dopo, comunque - non è poi insostenibile. Certo ve lo con fermerò dopo aver ricevuto la bolletta! In compenso il freddo ha fatto venire un bellissimo pelo folto alle gattine, e forse fa bene anche a me perché non mi sono ancora ammalata, sarà perché non sento cosi' tanto l'escursione termica uscendo di casa. E il freddo, non c'è dubbio, mi motiva ad andare spesso dagli amici, al cinema, o comunque a stare fuori di casa!
Per fortuna al freddo ci si abitua. Ne è testimone il mio amico canadese Gabriel, che tornando da Montreal dopo le vacanze di Natale ha detto che a Tours faceva caldissimo. Lui che aveva pensato di lasciare la pelle aspettando l'autobus alla fermata, con -20°C. Mi è utilissimo abituarmi al freddo perché - piccola parentesi lavorativa - qui per entrare in reparto si deve percorrere un tratto all'esterno, in parte anche senza copertura. Alcuni escono con la giacca, io però ho il pensiero che mi ingombri troppo e che poi non so dove lasciarla, perciò non la porto. È vero che prima della changing room c'è una stanza apposta con decine di appendini e giacche e golf appesi uno dietro l'altro, ma il risultato d'insieme è che spuzzetta un po' di sudore quindi io da brava italiana igienista non ci metto più niente.
A Tours comunque vedo un sacco di gente abituata al freddo. Già io sono una delle poche che con 5°C va in giro col cappello. Si vede anche gente in piumino, per carità, ma anche moltissimi in scarpe da ginnastica e giacchetta aperta e magari sotto una camicia e basta, che io veramente non so come fanno. È l'abitudine. D'altronde il mio collega Marc, quello degli stuzzicadenti, è tuttora vestito come ad agosto, secondo me pure con la stessa camicia. Fatti suoi se non la lava, o se la lava nel weekend, o se ne ha 100 uguali: devo dire che non puzza, non so come faccia ma è così. Io e lui siamo diventati più amici stando da soli in ufficio durante la settimana di Capodanno. Ha accettato ormai definitivamente che io non lo saluti facendo "puet puet" con il mio pugno contro il suo. Oggi mi ha gentilmente corretto il francese di una slide che dovevo presentare al gruppo. Anche se è un po' logorroico, se gli piace parlare di cose che nessuno gli ha chiesto e si incista spesso in giochi di parole a cascata che fanno ridere solo lui, devo dire che da lui imparo parecchio. Inoltre lo prendo in giro e questo lo fa ridere, e ricambia prendendomi in giro a sua volta, bonariamente e con un sense of humour molto inglese.
Philippe invece è un tipo più suscettibile e ho capito che devo dosare le parole e fare perifrasi perché non prenda male una critica. È lui il collega che mi ha insegnato il mestiere, e che per questo chiamo "Maestro", cosa che lo fa ridere ma che si vede che gli piace. Lui a sua volta ai primi tempi mi chiamava "Petit Scarabé", come pare facesse un vecchio saggio insegnante verso il giovane allievo in un film giapponese di arti marziali. Philippe però è anche quello che si è risentito molto quando gli ho chiesto per favore di non lasciare ditate sul monitor del mio pc; è quello che ha reagito nello stesso modo quando gli ho fatto notare che stava toccando il monitor del mio pc con una penna che aveva appena messo in bocca. Oh, magari sono io che esagero, eh. Philippe, infine, è quello a cui piace imitare il mio francese con accento italiano ridendo moltissimo ma senza farmi ridere, e ogni tanto - per fortuna sempre meno - ripete una frase che deve aver sentito in un vecchio film italiano di carabinieri: "Avanti la camionettaaaaa!!!" mettendo accenti e consonanti doppie dappertutto.
Mah.
Quando capita con Andrea presente, il mio capo italiano, ci guardiamo perplessi e capisco che forse lui ha subìto le stesse manifestazioni di ilarità al suo arrivo nel gruppo Metal di Tours. Anch'io come Philippe sono una permalosa, ma ho deciso di sorridere principescamente in quelle occasioni spiacevoli e dire qualcosa di simpatico, anche controvoglia.

Un collega delizioso e rispettoso, che mi ripaga di tutto quello che Philippe mi fa passare, è Eric, un technicien, cioè uno di quegli shift eng di supporto a cui ad Agrate non avevamo diritto noi del gruppo CVD. Lui è uno affidabile e preciso sul lavoro, non si altera mai, risponde sempre a tono alle mie domande pignole sull'elettrolisi; e soprattutto mi chiama "ma petite dame", che certo non è un appellativo coniato in mio onore ma a me fa un piacere enorme ricevere.

E adesso basta, tutti a nanna sotto le trapunte!
Ciao, buonanotte

Serena