sabato 27 febbraio 2016

Tango a Tours

Forse non tutti sanno che... anche a Tours si balla tango. Veramente poco in confronto a Milano, ma c'è - e ancora grazie che c'è - un'associazione che organizza i corsi e una volta al mese una milonga, cioè una serata di ballo in un locale. D'estate fanno anche le serate all'aperto nella famosa Guinguette, il bar sulla Loira che costituisce una delle motivazioni del mio stare a Tours ed è tappa fissa per le uscite da giugno a settembre. Non vedo l'ora di ballare sotto i salici piangenti, Autan a portata di mano e birretta venduta in bicchieri di plastica a rendere - su "consigne" - che se li riporti al bar ti restituiscono un euro. Insomma questa bella associazione tenuta in piedi da un gruppo di giovani all'insegna dell'autogestione si procura i deejay - o Tj, "tango deejay" - qua e là, contando sul passaparola e sulla buona volontà. E così ecco che ben due delle serate di ballo mensili tanto attese sono state rovinate da dei deejay più ispirati dal rock e dal lounge che dal tango, con nessun riguardo per i Grandi Maestri del passato e neppure per il pubblico di ballerini che aspettavano da un mese la serata. Io ero tra loro. Fumante di rabbia e frustrazione.
Questo tipo di serata qui viene chiamato "Milonga Alternativa". Data la proverbiale rigidità dei francesi, in una serata alternativa non si può ascoltare un tango normale. Però secondo me c'è un limite a tutto, e quando il deejay della prima serata ha messo un pezzo degli U2 mi sono alzata e sono andata nella sala accanto dove facevano salsa: per ballare e veder ballare qualcosa di coerente con la musica. Belli gli U2, eh, ma quelli me li ascolto a casa mia e sono certa che anche loro si sarebbero rivoltati nelle loro .... mmmhhh.... poltrone a Dublino, ad esempio, se avessero visto noi ballare la loro canzone con le sacade e gli incroci. Eh no.
E il deejay, imperterrito, passava ai Pink Floyd passando per i Rolling Stones incurante del fatto che fossero rimaste a malapena 2-3 coppie in pista a tentare di conciliare passi tradizionali con ritmi alternativi. Era ottobre, io frequentavo da poco l'ambiente del tango e non avevo creduto a chi mi aveva sconsigliato la serata. Segno che non era la prima volta che questo deejay sconsiderato faceva danni.

E la seconda volta? Era uno dei giorni tra Natale e Capodanno in cui si esce volentieri con gli amici anche se fa freddo, gran parte della città è in ferie e il ritmo di vita è morbido, chi è tornato dalle vacanze (io) riprende i contatti con chi è rimasto in città nel calore dei locali e dei sorrisi delle feste. In milonga tanta voglia di ballare, donne in velluto nero e tacchi, sorrisi abbracci e sbrilluccichi natalizi qua e là.
E tu, Tj dal pregevole incarico di musicare una serata con queste emozioni e queste premesse nell'aria, ti permetti di mettere robaccia? Non erano gli U2 ma erano pezzi che non c'entravano, o tanghi assurdi e difficili da ballare, pezzi inascoltabili e aggressivi che tuttavia senza dubbio testimoniavano il grande lavoro di ricerca e l'originalità del deejay. Ecco, quella volta non c'era una sala accanto dove ballare salsa, così mi sono di nuovo alzata ma per andare dal deejay a chiedere di mettere per favore qualcosa di più classico. E lui, molto cortese: "Mi spiace ma non si può, la scaletta è questa e ormai ci sono SOLO DIECI PEZZI PRIMA DELLA FINE". Dieci pezzi = oltre mezz'ora di musica: dov'è la buona ragione per mettere altri dieci pezzi brutti?
Nel mio sistema di riferimento questo impedimento era fittizio e ingiustificato, ma è certo che, se i francesi sono rigidi, io non sono certo flessibile. Così quella sera sono anche andata a protestare con gli organizzatori, e questi bravi ragazzi gentilmente mi hanno spiegato che non hanno i budget delle milonghe di Parigi e che "lasciano spazio a tutti per esprimersi". Ecco finalmente la liberté e l'égalité, accanto alla mia rigidité: perché io in effetti non lo farei. E aggiungono che se voglio c'è spazio anche per me, se mai vorrò cimentarmi come musicalizador: e be', perché no, in futuro... potrebbe essere divertente provare.
Passa una settimana e ad una pratica, cioè una serata informale di ballo, incontro il presidente dell'associazione, uno dei giovani gentilissimi che avevano accolto il mio sfogo pochi giorni prima. Hugue mi dice che sono messi male perché per il 19 febbraio hanno programmato una milonga ma non hanno il deejay: non è che io sarei disponibile?
Glom.
Paura. Oddio in che pasticcio mi sono messa.
Opportunità. Un'occasione irripetibile, a Milano impossibile.
Sfida. Non ho mai messo la musica neppure in una serata tra amici, ma ho un mese di tempo per prepararmi.
Dico qualcosa tipo "Madonna, ma siete sicuri??" ma lui non fa una piega. Eio accetto.

Un mese di preparazione, di letture in internet, di consigli in chat con i miei amici Tj di Milano Ale Mazza e Ausländer, che ringrazio infinitamente. Le serate passate ascoltando i pezzi su youtube sono diventate sempre più frequenti con l'avvicinarsi della data fatidica, e ad un certo punto ho iniziato a creare le mie tande, gruppi di 3-4 brani dello stesso tipo di musica. TTVTTM, sembra un acronimo per esprimere discretamente i propri sentimenti sul diario di scuola, ed invece indica la classica struttura alternata ed equilibrata di tande di tanghi, vals e milonghe che ho usato per montare la mia playlist di 6 ore di musica.
È stato bello immaginare le sensazioni provocate nei ballerini da una certa sequenza di pezzi, e cercare di metterli in successione con armonia. Non è stato sempre facile trovare brani abbastanza omogenei, ma anche sufficientemente vari, per comporre le tande. 

La parte più divertente è stata la scelta delle cortine, cioè gli stacchi musicali tra una tanda e la successiva. Lì il deejay ha carta bianca, ed è stato un bel gioco scegliere brani per introdurre l'atmosfera della tanda che seguiva, o canzoni divertenti per spezzare la tensione drammatica che ogni tanto si crea in milonga. Ho usato canzoni che mi piacciono, soprattutto italiane e cantate da donne; pezzi che mi ispirano, che sono stati significativi per me e che mi hanno emozionato ascoltandoli a biodanza. La mia piccola firma alla serata. Grazie alla Provvidenza, neppure dal punto di vista tecnico ho avuto particolari problemi perché giusto due settimane prima della serata al lavoro mi hanno dato un pc portatile da portarmi in trasferta ad Agrate. È stato fondamentale per impratichirmi con Windows Media Player, l'ho tenuto anche per tutta la settimana successiva alla missione fingendo di dimenticarmelo a casa, per poterlo usare in milonga.

Finché... arriva il 19 febbraio. Ore 19, La Fabrica, rue Giraudeau.
Che paura quella sera. Come sempre avviene qui, l'ambiente è abbastanza informale, le persone sono accoglienti e ti sorridono. Ma io, per mettermi in leggera supplementare difficoltà, quella sera arrivo al locale un po' tardi, in bici trafelata, al lavoro non sono riuscita ad uscire all'ora che volevo e poi a casa mi sono voluta docciare a tutti i costi, l'agitazione mi aveva fatto sudare.
Ho a disposizione solo 15 minuti invece di 30 per fare le prove tecniche di suono. Devo dire che sono bastati, anche se ero un po' in ansia di fronte a quel coso pieno di lucine il tizio del locale non mi ha lasciato dubbi: "Del mixer non toccare nient'altro che la leva del volume, se no incasini tutto: chiaro??"

La serata si svolge bene, non c'è moltissima gente ma neppure il locale è enorme, e la pista è bella piena già con una quindicina di coppie. Lo so perché durante la serata mi sono scritta tutto! Ci sono tanti momenti vuoti per una Tj alle prime armi arrivata con la playlist già pronta (cosa che i veri deejay non fanno mai), che quindi durante la serata deve intervenire solo ogni 10-15 minuti per gestire il passaggio tra la fine della cortina e l'apertura della tanda seguente; così mentre stavo molto professionalmente in attesa di compiere il mio dovere mi sono annotata tanti dettagli: le reazioni dei ballerini, le sensazioni che dava la musica, pezzi da togliere o da riproporre le prossime volte, se ce ne saranno.
La prima cortina è "Parole di burro", dolce dolce. Qualcuno accenna un lento ma poi si separano, allora sfumo Carmen Consoli e riparte il bandonéon. La seconda cortina è "Parole, parole": la voce di Mina fa voltare verso di me Chiara, la mia amica tanguera fiorentina che vive qui da 20 anni, che nel frattempo è arrivata in milonga a sostenermi nell'impresa, e naturalmente per ballare. Sorride e alza il pollice in segno di approvazione, io gioisco. E poi Ornella Vanoni, Patty Pravo, Malika Ayane, ma anche Barry White, Eddie Vedder, Tenco. Alcune cortine fanno spuntare sorrisi anche sui volti dei ballerini in pista, volti che si guardano dopo aver danzato insieme delle emozioni, abbracciati. Alcune cortine li fanno ballare ancora, allora non sfumo la canzone e gli permetto di godersi fino in fondo quel piccolo piacere extra.

Guardo la pista seduta sul mio sgabello alto, mi godo la serata e la musica anche se ballo poco, ma stavolta è diverso. Quando ballo mi sento strana, non mi abbandono completamente ma ascolto la musica molto di più. Stavolta in un certo senso sono io che faccio ballare il ballerino che mi fa ballare, dato che ho scelto io la musica! E quando non ballo sono contenta lo stesso, penso che il piacere degli altri è il mio piacere, ed è una gioia sentire di avere in mano gli strumenti per fare una cosa bella da offrire a persone venute nello stesso posto e nello stesso momento per celebrare la passione che condividono. Saranno state 50 persone al massimo gli ingressi di quella sera, molte coppie arrivavano da fuori, e tra Poitiers e Le Mans molti hanno fatto diverse decine di chilometri per venire alla milonga del 19 febbraio a La Fabrica.

Qualcuno passa dalla mia postazione e arrivano i primi complimenti per la musica, non solo da chi sa che è la mia prima volta. Approvano le scelte di tango classiche, ma in particolare: che carine le cortine! E io gongolavo, ragazzi. Una ragazza dell'associazione, pour parler, si mette addirittura a fantasticare di un luminoso futuro da professionista della consolle: chissà, un giorno Serena "La Pro" sarà ricercatissima nelle milonghe di Parigi... ridiamo insieme al pensiero, ma in effetti suona bene: et voilà, per il nome d'arte è fatta.

Ma lo volete sapere qual è stata la soddisfazione più grande di tutte, la ciliegina sulla torta? Mi sono sentita veramente molto fiera di me stessa quando ho visto ballare il nostro deejay appassionato degli U2 sulle note di "Guarda che luna", "Bem leve" e "I'm your man". Alla fine mi ha ringraziato.
E io sono tornata a casa F E L I C E.

martedì 9 febbraio 2016

Pensieri leggeri, pensieri pesi

Questa settimana sono a Milano per un viaggio di lavoro, per fare un corso ad Agrate. A ormai sei mesi dalla mia partenza.
Come quando sono tornata a dicembre a trovare amici e colleghi, è bellissimo ritrovare queste persone care. Lavorare all'ST di Agrate mi piace molto, quando si tratta di starci quattro giorni. Forse la mia giusta dimensione è quella di un lavoro in cui si viaggia, si sta in città diverse e con colleghi diversi. Una vita più leggera, con radici superficiali, facile da mettere in valigia e portarsi dietro, che ti fa sentire a casa ovunque e ovunque sei capace di ricreare un pezzetto di casa.
A parte il cibo, qui è tutto più grigio, ma mi sento capita, e quando racconto delle stravaganze francesi a persone della mia cultura e nella mia lingua - di stecchini, bidet assenti e strette di mano quotidiane per intenderci - lascio tutti a bocca aperta e non sono più la disadattata che mi sento in Francia.
Durante il mio Erasmus, sedici anni fa, innervosita dal rituale dei doppi bacini per me senza senso con cui dovevo salutare tutti i miei compagni di corso tutti i giorni, feci questo pensiero: io non potrei vivere in Francia. E non me lo ero dimenticato questo pensiero quando dieci mesi fa facevo le manovre per trovare un posto in ST in Francia, però non ci ho dato troppo peso. Ora però mi pesa; vedremo tra altri sei mesi cosa penserò.
Pesantezze e leggerezze che mi accompagnano in questi giorni italiani. E intanto adesso, mentre preparo il mio letto nel divano pieghevole della mia casa di Milano, col trolley di fianco, mentre Matteo dorme nella mia stanza, mentre guardo i colori che ancora amo con cui ho rinnovato la mia casa... penso che qui sto bene. In questa casa e in questa città sono stata anche male, ma adesso che siamo state lontane per un po' stiamo forse facendo pace? E poi, La Domanda:
Che cosa succederebbe se tornassi in Italia?
Stasera è davvero la prima volta che arriva questo pensiero qua. A Tours mi è capitato di essere sfiorata dall'atroce dubbio "Che cavolo ho fatto....", abilmente messo da parte senza ulteriori riflessioni. Era un pensiero di insicurezza, buono solo per fare un passo indietro, se mai un pensiero simile fosse abbastanza per riuscire ad uscire dalla paralisi della paura di sbagliare. Stavolta invece è un pensiero affettuoso, che guarda avanti alle possibilità che ci sono. Che sa di "Perché no?", la stessa formula magica che mi ha portato in Francia.
Sono contenta perché ora non c'è angoscia né incertezza, il futuro è un regalo da scartare e non una mina col timer inserito. L'esperienza di questi primi sei mesi e il lavoro mentale ed emotivo che l'ha resa possibile sono stati una palestra utile per affrontare i prossimi passi che ci saranno.
E se ora non vado a letto subito subito, tutti 'sti bei pensieri non serviranno a tenermi sveglia domani davanti alla voltammetria ciclica e compagnia cantante.
Bonne nuit!

giovedì 21 gennaio 2016

Inverno a Tours



Ciao a tutti! eccomi ancora qui con voi!
Mi concedo di nuovo stasera di restare un po' più a lungo in ufficio per scrivervi, anche se i miei orari al lavoro sono decisamente migliorati con l'inizio del 2016. Ho preso ad arrivare un po' più tardi e ad uscire un po' più presto, al mattino mi capita anche di spostare la sveglia un'ora dopo quando ho troppo sonno per uscire dalle trapunte e affrontare la giornata.
Avete letto bene: trapunte. Da qualche giorno ho aggiunto al piumino invernale quello estivo, entrambi infilati nel copripiumone, semplicemente perché quando vado a nanna ho freddo. Normale, no? gli altri classici metodi sono già applicati: calze da notte, berretto da notte, borsa dell'acqua calda, Sandra sul letto e Teresa sotto alle coperte. Devo dire che, con la doppia trapunta, adesso al mattino sono anche un po' sudata.
Con tutto questo non vorrei spaventarvi, che poi non viene più qui nessuno, he he he... Il fatto è che in questi giorni a Tours fa finalmente freddo: basta inverni finti! qui ora ci sono veramente pochi gradi, la pista di pattinaggio montata a dicembre va a gonfie vele, lunedì ha pure nevicato! E fin qui... come direbbe Luisito. Eh no, non è finita. Bisogna aggiungere che in questa bella casa bohemienne antica e atipica in cui abito il principale classico metodo antifreddo ha trovato delle resistenze - e questa è proprio l'espressione giusta: il riscaldamento è elettrico, quindi costoso, quindi cerco di tenerlo acceso il minimo indispensabile. Bella ma pure mal coibentata, per cui mi è capitato di spegnere la luce con 18 gradi e di ritrovarne solo 12 al risveglio. Quindi la motivazione per riscaldare la casa viene meno, amici miei, col pensiero è che è tutto inutile. E così quando una sera arrivata a casa dal lavoro ho misurato 11 gradi in sala, ho deciso di aggiungere lo strato in più di trapunta. Ah certo, perché di giorno io tengo tutto spento: queste stufette elettriche atipiche sono a rischio incendio, quindi in casa mi metto un po' più di maglioni e certe volte rientrata a casa tengo pure il mio bel colbacco di pelo sintetico - che vi ricordate di sicuro :D - per un paio d'ore.
Se questo è il prezzo da pagare per abitare nella casa che a prima vista mi ha affascinato - le magagne escono sempre dopo, comunque - non è poi insostenibile. Certo ve lo con fermerò dopo aver ricevuto la bolletta! In compenso il freddo ha fatto venire un bellissimo pelo folto alle gattine, e forse fa bene anche a me perché non mi sono ancora ammalata, sarà perché non sento cosi' tanto l'escursione termica uscendo di casa. E il freddo, non c'è dubbio, mi motiva ad andare spesso dagli amici, al cinema, o comunque a stare fuori di casa!
Per fortuna al freddo ci si abitua. Ne è testimone il mio amico canadese Gabriel, che tornando da Montreal dopo le vacanze di Natale ha detto che a Tours faceva caldissimo. Lui che aveva pensato di lasciare la pelle aspettando l'autobus alla fermata, con -20°C. Mi è utilissimo abituarmi al freddo perché - piccola parentesi lavorativa - qui per entrare in reparto si deve percorrere un tratto all'esterno, in parte anche senza copertura. Alcuni escono con la giacca, io però ho il pensiero che mi ingombri troppo e che poi non so dove lasciarla, perciò non la porto. È vero che prima della changing room c'è una stanza apposta con decine di appendini e giacche e golf appesi uno dietro l'altro, ma il risultato d'insieme è che spuzzetta un po' di sudore quindi io da brava italiana igienista non ci metto più niente.
A Tours comunque vedo un sacco di gente abituata al freddo. Già io sono una delle poche che con 5°C va in giro col cappello. Si vede anche gente in piumino, per carità, ma anche moltissimi in scarpe da ginnastica e giacchetta aperta e magari sotto una camicia e basta, che io veramente non so come fanno. È l'abitudine. D'altronde il mio collega Marc, quello degli stuzzicadenti, è tuttora vestito come ad agosto, secondo me pure con la stessa camicia. Fatti suoi se non la lava, o se la lava nel weekend, o se ne ha 100 uguali: devo dire che non puzza, non so come faccia ma è così. Io e lui siamo diventati più amici stando da soli in ufficio durante la settimana di Capodanno. Ha accettato ormai definitivamente che io non lo saluti facendo "puet puet" con il mio pugno contro il suo. Oggi mi ha gentilmente corretto il francese di una slide che dovevo presentare al gruppo. Anche se è un po' logorroico, se gli piace parlare di cose che nessuno gli ha chiesto e si incista spesso in giochi di parole a cascata che fanno ridere solo lui, devo dire che da lui imparo parecchio. Inoltre lo prendo in giro e questo lo fa ridere, e ricambia prendendomi in giro a sua volta, bonariamente e con un sense of humour molto inglese.
Philippe invece è un tipo più suscettibile e ho capito che devo dosare le parole e fare perifrasi perché non prenda male una critica. È lui il collega che mi ha insegnato il mestiere, e che per questo chiamo "Maestro", cosa che lo fa ridere ma che si vede che gli piace. Lui a sua volta ai primi tempi mi chiamava "Petit Scarabé", come pare facesse un vecchio saggio insegnante verso il giovane allievo in un film giapponese di arti marziali. Philippe però è anche quello che si è risentito molto quando gli ho chiesto per favore di non lasciare ditate sul monitor del mio pc; è quello che ha reagito nello stesso modo quando gli ho fatto notare che stava toccando il monitor del mio pc con una penna che aveva appena messo in bocca. Oh, magari sono io che esagero, eh. Philippe, infine, è quello a cui piace imitare il mio francese con accento italiano ridendo moltissimo ma senza farmi ridere, e ogni tanto - per fortuna sempre meno - ripete una frase che deve aver sentito in un vecchio film italiano di carabinieri: "Avanti la camionettaaaaa!!!" mettendo accenti e consonanti doppie dappertutto.
Mah.
Quando capita con Andrea presente, il mio capo italiano, ci guardiamo perplessi e capisco che forse lui ha subìto le stesse manifestazioni di ilarità al suo arrivo nel gruppo Metal di Tours. Anch'io come Philippe sono una permalosa, ma ho deciso di sorridere principescamente in quelle occasioni spiacevoli e dire qualcosa di simpatico, anche controvoglia.

Un collega delizioso e rispettoso, che mi ripaga di tutto quello che Philippe mi fa passare, è Eric, un technicien, cioè uno di quegli shift eng di supporto a cui ad Agrate non avevamo diritto noi del gruppo CVD. Lui è uno affidabile e preciso sul lavoro, non si altera mai, risponde sempre a tono alle mie domande pignole sull'elettrolisi; e soprattutto mi chiama "ma petite dame", che certo non è un appellativo coniato in mio onore ma a me fa un piacere enorme ricevere.

E adesso basta, tutti a nanna sotto le trapunte!
Ciao, buonanotte

Serena




lunedì 28 dicembre 2015

Problema a tre corpi

Cari amici,
vi scrivo adesso che ci siamo da poco rivisti in Italia sotto Natale. Che bello che è stato vedervi!
In questa vacanza di due settimane che mi sono concessa al quinto mese dal trasferimento (di già?) ho rivisto tantissimi amici e famigliari, un vero bagno di abbracci affetto e sorrisi. Ripenso a quando sono andata a trovare i miei cari colleghi ST ad Agrate, alla cena del GAS Martesana, alla serata di biodanza, alla birretta per il compleanno di Eleonora. Sono stata dalle mie estetiste Laura e Nadia e dal mio parrucchiere Alan a Milano, ormai per me insostituibili da molti anni. Ho pranzato e cenato con voi e mi avete pure ospitato. In due settimane ho dormito in quattro letti diversi, ho tenuto su lo stesso paio di jeans, ho portato una valigia e uno zaino in giro tra Milano, Mezzocorona, Cogoleto e poi ancora Milano. Sono arrivata con dolcetti francesi biologici e ripartita con un bagaglio di vestiti di Francesca a cui ho passato la malattia dello swap party. È stato un po' faticoso far stare tante cose in pochi giorni, ho dormito poco, ma è stato molto bello.

Tante volte mi è sembrato di non essere mai andata via.

Ripensavo a tutto questo durante il viaggio di ritorno in Francia, e ad un certo punto mi sono trovata con un matassa confusa da districare, che ha a che fare con la nostalgia, le scelte fatte, i progetti futuri. Dato che però ultimamente sto vivendo molto nel "qui e ora", grazie al cielo, la matassa la metto un attimo da parte perché richiama quelle eterne domande umane:
Chi sono?
Da dove vengo?
Dove vado?
che se affrontate senza calma rischiano di dare tante paranoie! Invece noi "lo scopriremo solo vivendooooo....."

Perciò ho iniziato ad occuparmi di una piccola riflessione - che è solo lontana cugina di queste grandi domande queste grandi domande ma che nel breve termine potrebbe influenzarmi molto - che usando le parole del mio amico/ex collega Nicola, che ne ha maturato una lunga esperienza diretta, chiamo "problema a tre corpi".
La Fisica lo mette giù in una forma un po' complicata:
https://it.wikipedia.org/wiki/Problema_dei_tre_corpi
A me invece serve usare questa espressione per indicare la complessa situazione che Nicola descrive sinteticamente così:
"parti da un posto; vivi in un altro e poi vai in un terzo".
Succede quindi che se ad un certo punto della tua vita hai lasciato il paese natale per studiare o lavorare in un'altra città, che ci rimani fino al punto di metterci radici, che poi però capita che ti devi o che vuoi spostarti di nuovo, finisce che la destinazione delle vacanze è spesso predefinita: sono dei ritorni a casa. I primi tempi - ne sono certa - il problema non si pone neppure perché si desidera proprio tornare a casa, cioè alle due case delle due città importanti: quella della famiglia d'origine e quella dove stanno gli amici. Se si vogliono frequentare decentemente entrambi i posti, è giocoforza dedicare quasi tutto il tempo lasciato libero dal lavoro a questi viaggi. E dove va a finire, però, la possibilità di viaggiare in posti nuovi? D'accordo che si dice che in Francia danno tante ferie, ma non credo abbastanza per soddisfare questa grande necessità di muoversi.
A Milano ho vissuto per molti anni metaforicamente con la valigia pronta per tornare in Liguria dai miei nel weekend. I ritorni si sono diradati negli anni man mano che le mie radici milanesi si rinforzavano e il baricentro si spostava, ma era sempre possibile limitare al weekend la frequentazione della famiglia, e le vacanze erano altrove.
Ora no. Devo dedicare ferie, voli, treni, soldi, tempo ed energie per andare a trovare le persone care che mi hanno visto andare via, che hanno assistito al processo di rimescolamento delle carte in tavola. Vorrei però trovare un punto di equilibrio conveniente alle mie necessità: in cui sia possibile radicarmi nella nuova città, restare vicina alle persone a cui voglio bene e coltivare il piacere di viaggiare... se mi sono trasferita all'estero è anche perché mi piace moltissimo viaggiare, conoscere nuovi modi di vivere e vedere la vita, di mangiare, parlarsi, spostarsi, lavorare, pensare.
Questa volta parto un po' più preparata: voglio sentirmi veramente a casa nella nuova città, far sparire quella valigia immaginaria già pronta per la partenza successiva, e concedermi anche la libertà di pensare ad un viaggio in un posto nuovo, magari organizzato proprio con gli amici o la mia famiglia! Vi va di fare le vacanze insieme a me? siete pronti?

Qualcuno di voi mi ha chiesto durante queste vacanze in Italia "Quando ritorni?"
La risposta non la so ancora. Ora che sono appena tornata non ci penso troppo e cerco di trattenere su Tours quel baricentro mobile che mi ispira tante riflessioni, ma si sa che tornerò e credo intorno a fine marzo.

C'è quindi la possibilità di fare vacanze nello stesso posto, oppure di vederci in Italia quando torno, però ho capito che il modo che adesso mi piace di più per vedervi è avervi qui a Tours. Ospitarvi nella cameretta sul soppalco col soffitto basso, farvi conoscere i miei nuovi amici, farvi vedere i posti dove vado in questa bella città... che è quello che sto facendo con mia sorella in questi giorni! Grande Chiara che mi sei venuta a trovare!!!
E voi non esitate, aspetto le prossime prenotazioni :)

Un grande abbraccio, a presto

Serena

lunedì 7 dicembre 2015

Andata e ritorno

Per la prima volta da quando sono arrivata qui mi sento lontana da casa. "Me siento lejos" ho detto stasera al mio amico spagnolo Joaquín, mentre al Café des Langues mi consolava perché mia zia Iana a Cogoleto sta male, ma così male che chi le sta vicino non vuole più vederla così.

La zia Iana in realtà si chiama Marianna, e non è mia zia ma una cugina di secondo grado di mio padre... anzi nemmeno, o forse sì, ma tanto quello che importa è che quando eravamo piccoli ci accompagnava in piscina con la sua macchina, una scatoletta bianca con gli interni rossi di pelle/plastica e un cruscotto con delle lucine artigianali verdi, gialle e rosse che sono sicura non potevano essere di serie. Doveva aver montato quell'elettronica anni '80 lo zio Vincenzo, che la zia con il loro figlio Carlo ha accompagnato negli ultimi anni difficili di malattia, con amore e pazienza e senza perdere il sorriso.
Non ho una parola per descrivere la leggerezza con cui la zia ti accoglie, ti chiede come va, mentre accetta le difficoltà che arrivano e spesso si accumulano. La zia è una melomane, e da quando è un po' sorda e da un occhio vede solo ombre segue l'opera a 50 centimetri dalla televisione, con delle cuffie che la fanno sembrare una deejay in vestaglia. È sempre contenta quando la sua finta nipote di Milano va a trovarla, anche se le mie non sono visite frequenti perché i weekend a Cogoleto sono sempre corti e non sempre si trova il tempo di passare dalla zia. E in più vado sempre senza avvertire, accipicchia, è un'abitudine che ho preso sfidando implicitamente le convenzioni sociali e soprattutto per convenienza, perché non mi so organizzare, perché magari all'ultimo non c'è più tempo ed è arrivata domenica sera e manca poco al treno che mi riporta a Milano. Ma ogni volta trovo la zia a casa, un sorriso ad accogliermi, magari senza dentiera poverina perché non mi aspettava e nonostante questo la pazienza di avere a che fare con una nipote last minute. E poi la curiosità per la mia vita, i miei amori, i miei gatti, il mio lavoro.
Mi prepara il té col limone, in quelle tazze che solo le nonne hanno; con il sapore dei suoi biscotti di pasta frolla spessa fatti da lei, io rivivo i pomeriggi della mia infanzia nella cucina di mia nonna Venezia, quando noi eravamo bambini e la zia Iana una signora cinquantenne. Mentre noi bevevamo il té in altre tazze da nonna, spesso succhiandolo attraverso dei grissini all'olio enormi che secondo me non esistono più - ci piaceva così! - loro chiacchieravano per ore e ci chiamavano "pulin", pulcini.
La zia parla molto, le piace raccontare e mi parla di quando era ragazza, di sua mamma, di suo papà che è rimasto vedovo presto, delle storie col suo fidanzato Vincenzo, il suo amore. Non ha mica tanto pudore la zia, ma neppure è disinibita, racconta con semplicità le cose come sono andate e ci si sente sempre a proprio agio con lei. Può anche parlare male degli altri, come quando racconta della sua vicina ipocrita che ha trattato male suo marito per tutta la vita e poi si è messa a fare la vedova inconsolabile; e ti ci piazza a bruciapelo che magari un malanno la vicina cattiva se lo meriterebbe pure, e a me fa ridere ma si sente sincerità in quelle parole, e compassione per entrambi.
L'unica cosa difficile è andare via da casa sua, perché le chiacchiere potrebbero andare avanti a lungo e invece la cena è pronta a casa e poi... c'è da prendere il treno.

Stasera mi sentivo lontana da quel letto dove si trova, Tours è a tante ore di distanza da Cogoleto e soprattutto mi sento vincolata dal lavoro, ho delle riunioni e delle cose da sistemare prima di andare via per due settimane per Natale. A questi pensieri Joaquín ha obiettato "Se hai voglia, parti", e ha ragione lui, è semplice in fondo: sempre chiedere, prima di darsi le risposte da soli. E all'improvviso nella mia mente è diventato 'possibile' tornare a casa, anche solo per un paio di giorni, e poi tornare qui per la riunione importante di venerdì e poi domenica prendere l'aereo già prenotato per le vacanze di Natale. Grazie Joaquín, ora che so di poter partire mi sento più vicina a casa.
Sono giorni che penso che siamo lì lì, faccio varie riflessioni sul senso della vita e del nostro viaggio sulla Terra. Nascere porta con sé la certezza di morire, e tuttavia...
Penso alla lunga vita della zia Iana, ai nostri discorsi. Il mio pensiero non si concentra sul problema di vederla per l'ultima volta: io vorrei darle anni di vita e di salute se potessi. Vorrei darle la giovinezza, l'energia con cui faceva atletica da ragazzina ai tempi del fascio.
So che andando via mi sono allontanata fisicamente dalle persone care, anche se questo punto delicato non è stato mai affrontato nei discorsi in famiglia. Forse anche se fossi nella sua camera adesso, con Carlo e mio papà, non riuscirei ad esserle di grande aiuto. Vedrebbe la tristezza che mi invade, mentre con lei ho passato tante ore di serenità. Sono con lei, anche se sono qui. Ma chi lo sa, se fossi lì sarei lì punto e basta, semplicemente. Certe volte si pensa troppo e non si agisce.
Non so ancora se partirò, o se partirà lei stanotte per ritrovare Vincenzo e la nonna Venezia e sua mamma e suo papà. Io intanto ho preparato una camomilla per noi due, dato che questa non è l'ora adatta per il té, e ho messo su youtube delle arie d'opera che di sicuro conosce. Chissà se le piacciono.... ha dei gusti molto precisi la zia Iana, non le piace mica tutto.

domenica 15 novembre 2015

Pas peur


L'ho saputo da Terry a mezzanotte, con WhatsApp, perché prima di andare a dormire do sempre un'occhiata al telefono.
"Sere, sei a Tours?" ... Come, certo che sono a Tours: perché, cos'è successo??
Così sono tornata giù in sala a vedere e sentire in tv quello che avete visto e sentito tutti. Madonna. Notizie come questa tolgono le parole di bocca, si diffondono velocemente e con poco rumore. Il mattino dopo mi sveglio in una bolla di irrealtà. Sono scioccata, ma non ho paura. Vado al mercato come tutti i sabati mattina, voglio vedere la gente, le facce che hanno, quanta gente c'è per strada. Il mercato è affollato come sempre. Dall'Italia mi arrivano ogni tanto chiamate e messaggi per chiedermi come sto, com'è qui; e qui veramente sembra tutto ancora normale. A Tel Aviv, Baghdad, Damasco, Beirut... cosa avranno pensato i cittadini subito dopo il primo attentato?

Hollande dice che la Francia è in guerra. Questo è un Paese capace di un forte senso di unione e la retorica spesa in queste situazioni, con parole francesi, non mi suona esagerata. Eppure... non si dice tutto, non siamo solo delle vittime; ci sono tanti eppure, come il postcolonialismo, la prima possibile causa indiretta che trovo per questa manifestazione di violenza.

Jane, la proprietaria di casa mia, che ha fatto il '68 anche se "non è poi servito a tanto", si sfoga al telefono con me. È disgustata dalla politica (écoeurée, letteralmente "privata del cuore"), dice che un attentato ci vorrebbe, sì, ma contro i politici che fanno i loro interessi senza una visione in prospettiva, e che sarebbe anche disposta a pagare qualcuno per farlo. E sta parlando di quelli francesi, eh. Poi si rassegna: pensa anche al cambiamento climatico, connesso all'estremizzazione politica di tante regioni del mondo, e ormai ne è sicura: l'umanità sta andando verso l'estinzione. Poi, una speranza: la gente si deve muovere, deve scendere in strada, ritrovarsi nelle piazze di ogni quartiere tutti i giorni alla stessa ora, e far vedere così il proprio dissenso a chi sta sopra di noi e non si rende conto.

Le istituzioni, nonostante tutto, costituiscono ancora per molti un punto di riferimento importante: infatti è proprio all'entrata del municipio di Tours che la gente spontaneamente ha cominciato a posare candele, fiori e messaggi. C'è un foglio scritto con i pennarelli, lettere cicciotte come in un fumetto, ma quel dito medio diretto ai terroristi fa la voce grossa: PAS PEUR. C'è il simbolo della pace in nero, come a lutto, con dentro la tour Eiffel; questo simbolo mi ha emozionato, penso che certi messaggi condensati hanno un potere che risiede anche nella loro sinteticità.

Chiara, una ragazza di Firenze che sta qui da vent'anni, mi dice che in questi brutti momenti la consolazione può venire dagli amici.
E così fa Marjolaine, "maggiorana", una ragazza bretone conosciuta al Cafe des Langues, che organizza una cena a casa sua. Così ieri sera eravamo una decina, compresi due spagnoli appena arrivati a Tours. Le diciamo che ha avuto una splendida idea, e lei ci spiega che in una sera così fa bene ritrovarsi, per "celebrare l'amore".

martedì 10 novembre 2015

S. Martino

 

Buonaseraaaaa....

come diceva quella pubblicità bellissima della Punto!
https://www.youtube.com/watch?v=-Qg8IewQrv8
Domani è vacanza in Francia, l'anniversario dell'armistizio della Prima Guerra Mondiale. Per gli abitanti di Tours è anche la festa del Santo Patrono, S. Martino:
http://www.santodelgiorno.it/san-martino-di-tours/
In Francia i Santi Patroni non regalano giorni di vacanza, ma in questo caso per una coincidenza si', e questo mi riporta indietro al nostro S. Ambrogio! S. Martino è un santo che mi è sempre stato simpatico, in Italia tutti sanno la storia del cavaliere che ha tagliato il suo mantello per darne metà ad un povero. Ce l'hanno raccontata all'asilo, forse perché andavo dalle suore? Qua, devo dire, sono un po' meno informati, e quando la racconto mi posso sentir dire di nuovo "Ma come, sei appena arrivata e sai già tutto!" non sapendo che vivo di rendita.
Ho scoperto che l'11 sarebbe stato festivo qualche settimana fa, naturalmente ne frattempo me lo sono dimenticato e per fortuna stasera il mio capo mi ha salutato ricordandomi che domani non si viene al lavoro... GRAZIE ANDREA! Forse è capitato anche a lui 5 anni fa quando ha iniziato ad avere a che fare con le feste francesi.
L'estate di S. Martino qui si chiama allo stesso modo, été de S.Martin, ma anche été indien, e per la prima volta ho trovato sotto questa espressione la spiegazione meteorologica del fenomeno:
https://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%89t%C3%A9_indien
Io non ci ho capito molto, percio' continuo a pensare che sia merito del cavaliere generoso.

E quindi domani che fo? Ho un giorno regalato, me lo passo in pace con le mie gattine a leggere e forse a finire di sistemare i quattro scatoloni del trasloco che ancora girano per la sala.
Alle gattine devo dire sembra piacere la nuova casa, peccato solo che non abbia un giardino e nemmeno un balcone. Teresa a volte salta sui davanzali delle finestre, come si ricorda bene Cristina che quando è venuta qui ha avuto paura che si buttasse giù dal secondo piano! Una bella avventura Teresa l'ha avuta quando dal davanzale della cucina si è fatta un giro sul tetto della veranda sottostante: un tetto di plastica spiovente, tipo serra, di 2-3 metri, che forse quella sera era un po' umidiccio e fatto sta che arrivata in fondo, per fortuna contro il muro della casa attaccata a questa veranda, Teresa non riusciva più a risalire. Prendeva la rincorsa ma prima prima di aver raggiunto il davanzale lo slancio non le bastava più e scivolava giù al punto di partenza. Mi sono accorta del suo miaooouuuuu sconsolato dopo alcuni tentativi, infatti sentivo anche uno strano rumore di galoppo attutito tipo ruote di trolley sul selciato: e invece erano 6 kg di gattina che cercavano di risalire! Ma ce l'abbiamo fatta, le ho detto "Pronti, via!" e l'ho tirata su per la ciccetta che ha sul collo: salva!

La padrona di casa, Jane, una bella signora alternativa e sportiva di 68 anni, conosce le gattine dato che le ha ospitate a casa sua durante la prima settimana di affitto quando ero in Italia. Si è affezionata e ora posso contare su di lei anche per i cat sitting futuri. L'altra sera è venuta a casa mia e ha trovato Teresa un po' ingrassata... vedremo. Speravo che la scala ripida per andare al soppalco le avrebbe fatto fare un po' di sport, ma evidentemente non è abbastanza.
Questa scala di legno dipinto di nero, che rende ancora più particolare il mio appartamento "atipique", mi ha dato qualche problema finora. Oltre a non essere in grado di salire e scendere con le mani occupate, recentemente ho preso male uno scalino e mi sono stampata due lividi enormi sulle tibie: e vabbe', si impara a fare attenzione. Certo, come ho invidiato Jane quando l'ho vista portare sul soppalco l'aspirapolvere... ma io ho deciso che lo lascio su per sempre, tanto ne ho due.

La preoccupazione più grande relativa alla scala me l'ha data Sandra. All'inizio lei ne stava alla larga e io gongolavo, perché cosi' Teresa aveva uno spazio protetto tutto per lei: per chi non lo sapesse, infatti, Sandra fa gli agguati a Teresa per picchiarla, anche se è cieca. Sandra è cieca, non Teresa, cosi' la pietà che potrebbe far nascere dentro gli umani per la sua condizione sparisce subito.
Quindi Sandra stava sempre giù, Teresa andava su quando voleva, dormiva con me ed erano sonni tranquilli per entrambe perché Sandra non poteva scacciarla né svegliarmi con le sue zampine sulla mia faccia.
Poi pero' Sandra ha imparato a salire le scale: solo a salire, non a scendere. Fine della pacchia e inizio dell'ansia, perché oltre alla sveglia non richiesta al mattino presto, il mio terrore per la sua pipi' fuori posto si è concretizzato: come fa Sandra a stare sul soppalco tutto il giorno senza cibo acqua e lettiera? I primi giorni prima di uscire per andare al lavoro, se la trovavo su la "lanciavo" letteralmente giù dal soppalco, facendola atterrare sul divano - perché non è che si lasciasse convincere a farsi prendere. Poi pero' è diventata brava a salire, poteva non bastare un lancio al mattino perché risaliva subito: e allora, dopo attenta valutazione con Cristina che era da me in quei giorni, ho preso la drastica decisione di traslocare Sandra su, con cibo acqua e lettiera. Infatti, se Sandra fosse rimasta su senza niente, oltre a fare pipi' sulla moquette (cosa che comunque è successa) avrebbe magari provato a scendere e in quel periodo la tecnica che aveva adottato nei momenti di difficoltà - tipo una volta che senza volere l'ho spaventata - era stata di passare attraverso i gradini e di lanciarsi nel vuoto, atterrando dopo due metri di volo con il muso sulla libreria. Da evitare una seconda volta, si è già giocata troppe vite.
Non è stato un periodo facile, la micia confinata sul soppalco era contenta forse i primi giorni, trovava mille angolini dove ripararsi, ma poi si innervosiva. E mi svegliava prima. Teresa poi non si faceva più vedere nel mio letto, la mia gattina peluche... che peccato. Sandra non scendeva le scale, al massimo esplorava un gradino con la zampina ma poi non si fidava e tornava su. Ho anche pensato che sarebbe stato meglio cambiare casa, la situazione non era sostenibile a lungo.
Poi, dopo un paio di settimane, un'idea geniale: lanciare Sandra giù per un'ultima volta e usare un cartone del trasloco ripiegato come sbarramento nella scala, infilato tra un gradino e l'altro. Esteticamente un obbrobrio, ma ha funzionato: certo anche Teresa era esclusa dal soppalco, certo le volte in cui il cartone era messo un po' male le gattine riuscivano a scavalcarlo... e alla sera al mio rientro ritrovavo Sandra su, accipicchia. Un altro lancio. Lei poi, sempre più diffidente, mica si faceva prendere! Nel tempo, la tecnica dello sbarramento è stata migliorata, usando le alette degli scatoloni come freni, ad esempio; ma oltre a sbarrare, stavo anche offrendo a Sandra la possibilità di imparare a scendere le scale, infatti spostavo a mano a mano il cartone verso i gradini alti... e Sandra di conseguenza acquisiva autonomia, potendo allenarsi su più scalini.
Che grande emozione la sera che ho visto Sandra iniziare a scendere la scala piano, partendo da uno scalino a mezza altezza, facendo tutto come si deve, portando la prima zampina in avanti in esplorazione e poi la seconda e poi spostando il corpo e poi le zampe di dietro. Quando è arrivata giù le ho dato un sacco di bacini e lei RRRRRRRRRRRRR... la adoro!

Non è S. Martino il protettore dei gatti, ma forse delle micine si'...Cosi' resteremo nella casetta atipica ancora per un po'.

Buona serata e buon S. Martino! un abbraccio

Serena