domenica 31 luglio 2016

Un anno fa a quest'ora

In questi giorni si sta compiendo il giro di boa di un anno a Tours. Se mi guardo indietro, mi sembra una vita fa. Se mi guardo davanti, è volato.
Questi giorni mi fanno ripensare ai loro corrispondenti del 2015: intensi, col batticuore, pieni di pensieri e gesti dal sapore de "l'ultima volta che". Giorni di riflessioni, birre con gli amici, corse, telefonate, qualche lacrima, nell'estate di Milano. L'energia ritrovata. Il tempo correva e per fortuna non ce n'era abbastanza per fermarsi a pensare alla domanda sempre latente "Ma cosa sto facendo?", per lasciarsi andare allo sconforto che accompagna le separazioni. Il segreto per andare avanti dritta nel progetto era di immaginare che tutto ciò non stesse succedendo a me.
E poi con l'arrivo a Tours finalmente un po' di calma: la ricerca dei punti di riferimento, le scoperte, nuove immagini, pensieri e gesti col sapore de "la prima volta che". Mi sentivo al cinema, vivevo con la curiosità e il piacere della novità, ma consapevole di essere nel punto d'innesco di piccoli meccanismi che un giorno sarebbero diventati una nuova routine.
Mi sentivo in vacanza.

Oggi quei giorni sono diventati una sequenza di bei ricordi. Mi trovo a guardare il calendario ripensando a quello che è successo un anno fa, e cullo un po' ogni ricordo rivivendolo.

Un anno fa a quest'ora stavo salutando i cari colleghi di Agrate, dopo 9 anni insieme, con un trolley pieno di focaccia.
Un anno fa a quest'ora stavo facendo la festa con i miei amici e mia sorella alla Cascina Martesana.
Un anno fa a quest'ora preparavo la casa per gli ospiti Airbnb che l'avrebbero usata ad agosto, e in contemporanea il primo pezzo di trasloco con la Y, scegliendo con difficoltà tra i miei averi un sottoinsieme di cose utili da portare per stare il primo mese a Tours.
Un anno fa a quest'ora ero in macchina con Terry, i bagagli e i miagolii delle micie ad affrontare il Frejus e un nuovo inizio.
Un anno fa a quest'ora bevevo la mia prima birretta alla Guinguette.
Un anno fa a quest'ora entravo in ST agitata, a conoscere i miei nuovi colleghi e le loro amene abitudini francesi con gli stuzzicadenti, dando cento strette di mano ma le uniche per me sensate.

Oggi questi pensieri mi fanno sorridere e riflettere. Sono molto contenta di come sono andate le cose, c'è una piccola punta di tristezza che non è nostalgia, nonostante sia più lontana dalla mia famiglia e dai miei amici, nonostante non viva più nella casa che è stata la mia prima casa. Ora non vorrei essere in un altro posto, ma se ci fossi penso che ci starei bene. È come se avessi vissuto la fine naturale di un periodo, 20 anni a Milano, cifra tonda. Non è arrivata troppo presto, forse nemmeno troppo tardi, mi sembra che sia stato un passaggio piuttosto equilibrato.

Domani prenoto alla boulangerie un sacchetto di mini pains au chocolat e croissants per festeggiare con i colleghi il 3 agosto, primo giorno di lavoro. Ce ne stanno 50 nello zainetto, così faccio tutti contenti e posso andare in bicicletta.
Ed è bellissimo: mi sento ancora in vacanza!

lunedì 25 luglio 2016

Integrazione in salsa francese

Frédéric me l'aveva detto diversi mesi fa, quando - appena conosciuto - gli raccontavo della piccola frustrazione di non aver ancora socializzato con i francesi, nemmeno con i colleghi. Non un aperitivo, non un invito a casa, non un numero di telefono. In fondo potrei fare pena a qualcuno, essendo arrivata qui da sola e senza conoscere nessuno. Invece no: tanti sorrisi e grande gentilezza, tanti complimenti all'Italia il "Paese del sole", e poi finito l'orario di lavoro i colleghi francesi tornano a casa loro. Grazie alla politica di sostegno alla famiglia, avere moglie, marito e figli è la regola e immagino che molti rientrino punto e basta; ma certamente talvolta dopo alcuni giri, perché qui a Tours vedo bar e ristoranti pieni, alla gente piace stare fuori.
Frédéric ad oggi resta l'unico francese che frequento. Poi c'è l'unica francese che frequento, Marjolaine, anche lei che come Frédéric e come vi ho già raccontato ha vissuto diversi anni all'estero.
Frédéric mesi fa mi diceva che è normale, in ambiente lavorativo, iniziare a socializzare con i colleghi dopo circa un anno. Per me era follia: un aperitivo lo si concede anche ad uno sconosciuto nemmeno troppo simpatico, ad un nuovo cliente, ad un collega appena arrivato. I bar sono pieni, ve lo giuro, e non sono tutti amici di vecchia data.
Come dicevo a Nicola - che sta affrontando l'integrazione in salsa belga - nonostante gli zero inviti, in questi mesi con i francesi ho continuato a fare l'italiana simpatica. Mi viene abbastanza spontaneo socializzare; al lavoro però è anche molto utile perché, come ad Agrate, ci sono mille funzioni diverse e per lavorare ho quotidianamente bisogno dell'appoggio di altre persone che mi aggiornano programmi, mi spiegano procedure, mi aggiustano le questioni burocratiche, mi approvano cambi di processo, partecipano alle mie riunioni. Avere buone relazioni è veramente molto utile e molto importante.

Mi stavo rassegnando a questa situazione, tanto a me mica mancano gli amici: italiani e spagnoli. Eppure un paio di mesi fa successe qualcosa.
Era un periodo che andavo in continuazione dal gruppo che gestisce Workstream perché dovevo fare una cosa complessa che non sapevo neanche spiegare. Per gli addetti ai lavori: assomigliava a creare un prodotto di zavorre con una maschera e altre operazioni tra cui la mia, la deposizione del rame, e con una route di riciclo per rimuovere il resist e il rame e ricominciare daccapo. Così complesso che anche sulla sintassi della frase di spiegazione ho dei dubbi! Inoltre la maschera da usare era uguale a quella usata dai lotti di produzione, ma non gestibile allo stesso modo perché qualcuno ha stabilito la regola per la quale le zavorre non possono avere le stesse operazioni dei lotti veri.... insomma, un macello.
Quindi io per un buon periodo sono andata nell'ufficio di Stéphane, Bruno, Dany, Eric e Alex quasi tutti i giorni per questo progetto. Ogni volta senza capire molto di quello che succedeva, ma ci dovevo essere.
Questo gruppo è abbastanza scherzaiolo al suo interno, da loro si percepisce un'atmosfera distesa. Solo tra me e Stéphane non la percepivo, dato che gli ho rotto le scatole taaante volte, e ho fatto taaanti errori con il suo TQManager - ottusa applicazione con cui pretendono di programmare i test sulle attrezzature invece di usare Workstream: dietro immagino ci sia un motivo storico che ancora non conosco.
Tra una cosa e l'altra, in una delle mie solite permanenze da loro ad osservare muta Bruno ("Brünó") che smanetta nello script del mio prodottino, tra loro esce un discorso che riguarda la pétanque, il gioco di bocce tipico francese, giocato tipicamente nei piazzali sterrati davanti alle mairie (i municipi) dei paesini, quando fa caldo, all'ombra dei platani. Questo è il ricordo che mi rimaneva dai miei giri in Provenza durante l'Erasmus.
La pétanque mi incuriosisce e inizio a fare domande, naturalmente senza smettere di fare l'italiana simpatica. Non so se un francese avrebbe mai osato autoinvitarsi come ho praticamente fatto io, dato che qui noto un grado di discrezione che sfiora il menefreghismo. Aperta parentesi, come venerdì scorso che David, collega delle scrivanie di fronte, pur vedendomi vagare per la Cafétéria in cerca di loro, dei miei colleghi che il venerdì mattina condividono un piccolo momento di convivialità mangiando pains au chocolat e che per la prima volta avevano cambiato posto facendomi perdere le loro tracce, se n'è stato zitto adducendo poi la scusa che pensava che li avessi visti, e che per rispetto verso di me non ha tirato un urlo per chiamarmi. Ma figuriamoci!! Non ha nemmeno mosso un piede per venirmi a chiamare mentre frustratissima andavo in ufficio a prendere il telefono aziendale con cui l’ho chiamato per sapere dove si trovavano!!! Vabbe'.
Chiusa parentesi, stavo dicendo che proprio per questa estrema discrezione con cui forse si simula - se si è timidi - o si dissimula l'indifferenza, forse un francese non si sarebbe permesso di autoinvitarsi alla successiva serata di pétanque dei colleghi. Be’, senza superare i limiti - spero - come sarebbe stato se mi fossi informata sul calendario di gioco, luoghi e orari, io mi sono solo fatta promettere che mi avrebbero inclusa nel gruppo di gioco della volta successiva. Era fine maggio.

Il tempo è passato e anche le mie vacanze, finché tra le prime mail che ricevo al mio rientro ne trovo una che si intitola "Perso". Oddio, chi o che cosa si è perso? Eh no, proprio niente: con l'abbreviazione di "Personnel" Stéphane voleva indicarmi che quella non era una mail di lavoro. Quando me ne sono accorta ho avuto quasi paura: è forse vietato comunicare con i colleghi di qualcosa che non sia lavorativo? Io avrei usato un titolo parlante come "Invitation à la prochaine pétanque"!
Ebbene sì, con quella mail dal titolo sibillino che faceva molto "top secret", ma anche un testo sintetico che mi ha aumentato l’ansia, Stéphane mi chiedeva se mi andava bene giovedì 28 luglio per la pétanque. Mancavano 10 giorni: ho risposto al volo di sì, l’ho segnato sulla mia agendina di Altreconomia e ho cancellato la mail per non lasciare tracce. A parte che fanno pause caffè allucinanti di mezz’ora e chiacchierano ovunque, questi francesi nel complesso sembrano più seri degli italiani. Quindi, meglio cancellare le prove.
Arriva il giorno fatidico: riesco ad uscire alle 17 con calma, Stéphane e Bruno mi aspettano nel parcheggio in shorts - si sono già cambiati per giocare - e ce ne andiamo verso il paesino di Monnaie dove ci troviamo con Jean-Marc, Sébastien e Sylvie. La pétanque può iniziare.
Qualsiasi posto va bene, non serve un terreno per forza regolare. Inoltre dopo ogni partita si sposta il campo in avanti di un pezzetto, come per fare una passeggiata, il terreno e le irregolarità cambiano sempre. Loro sono bravi, si vede che praticano da molto; è bello vedergli centrare le bocce con una mira perfetta - non tutti, ma davvero moltissimi tiri hanno fatto centro - sentirli fare strategie, prendersi in giro, appassionarsi, impegnarsi, giocare lealmente. Stiamo parlando di un gioco di bocce, d'accordo: ma pieno di regole e regoline che l'inquadrano come vale per qualsiasi attività francese.
I miei colleghi sono anche molto carini con me che non so ancora giocare; quando mi avvicino a fare un tiro sensato, cosa che certe volte accade solo grazie alla pendenza del terreno, mi sento dire "Celle-ci n'était pas mal", questa non era male, ben sapendo che nulla è intenzionale nei miei tiri - neanche la direzione certe volte  - sottintendendo che le precedenti giocate erano più discutibili. Ma è proprio così, ho giocato da schifo ed è normale; è così che si impara, sul campo. So che esistono corsi di pétanque, ma una disciplina così popolare bisogna impararla giocando.

Dopo tre partite siamo andati da Jean-Marc e Sylvie a fare una grigliata; dopo cena siamo ancora rimasti a bere vini vari con formaggi vari, e con il digestivo i ragazzi hanno anche provato a parlare italiano. Infine dopo il dessert (il formaggio È il dessert) Stéphane mi ha riportato a Tours, che venerdì si lavora.
Bella serata, mi riinviteranno? Io ho risposto di sì quando mi hanno chiesto se sarei tornata, vedremo.
Ancora non ho il numero di telefono di nessuno, ma forse non è nemmeno così necessario, dai.

sabato 23 luglio 2016

Foto sensoriali

Non faccio molte foto durante le vacanze da un bel po' di tempo, da quando ho scoperto che non trovo - o non cerco - il tempo per riguardarle, selezionarle, riordinarle, salvarle in una directory fuori dal telefono.
Anche per questa vacanza in Cascina nessuna foto. Mi restano però dei ricordi sensoriali, immagini scattate attraverso i cinque sensi. Cinque-sei.

Il canto di svariati galli come sveglia del mattino.
Il sole delle 7 sui volti dei miei colleghi di zappa.
Sapore di albicocche raccolte da un albero che cresce nella vigna, sono tiepide.
Il peso della zappa, della terra, del sole, del lavoro.
Spighe di farro monococco mi pungono mentre le abbraccio per legarle in un covone.
Fiori ed erbacce piene di colori nel giardino inselvatichito intorno ai tavoli del pranzo.
Canto di cicale nelle ore calde a metà giornata, ad accompagnare il sonno.
La brezza che entra dalla finestra a rinfrescare i miei piedi allungati sul letto, appena tolte le scarpe da lavoro.
Uno sciame bianco di piccoli di papere e oche mi corre incontro facendo pio pio quando mi avvicino al recinto, hanno imparato che gli porto l'erba.
Piume morbide e bianche sul dorso, infangate sulla pancia.
Le mani che mi sembrano via via più grosse con il passare del tempo e delle ore nei campi.
La consapevolezza di desiderare, qui, un tempo nuvoloso.
Il pizzicotto che fa il tafano quando punge, facendo uscire gocce di sangue.
Acqua terrosa sul fondo della vasca da bagno porosa durante la doccia.
Patchwork di pelle abbronzata e non.
Lucciole nel buio lungo la strada per rientrare in casa.
Odore di solaio nella mia stanza.
Silenzio e grilli.

giovedì 7 luglio 2016

Sincronizzazione dei contenuti

Mentre io sono qui, voi siete lì. Mentre io qui, scopro come si vive in Touraine, voi che non avete (ancora, magari) cambiato casa, città, Paese, state facendo altrettanto numerose scoperte. Tante potrebbero restarsene a livello inconscio perché riguardano piccoli dettagli, o aspetti della vita quotidiana che non attirano più di tanto l'attenzione perché sembrano ormai consolidati. Come anni fa ho sentito dire in uno dei miei corsi alternativi, il cervello è selettivo e pure pigro, o piuttosto economo: tende alla condizione di equilibrio che comporta il minimo sforzo. Magari non per tutti è lo stesso, ma questa descrizione del funzionamento cerebrale calza a pennello al mio.
Il cervello reagisce a situazioni e particolari nuovi che non corrispondono immediatamente alle categorie già registrate in memoria, e così ci si accorge facilmente di una nuova pubblicità sui cartelli in città. Questo è per esempio il genere di scoperte che si fanno quotidianamente anche senza cambiare casa, città, Paese.
Queste sono le scoperte che faccio ogni volta che torno in Italia. "Ah, ma guarda, ora qui hanno aperto un bar", "C'è una nuova ciclabile in via Agordat", "Mia mamma ha cambiato le tende della cucina". Queste piccole novità mi danno il senso del tempo passato fuori di casa. Mi succedeva sempre tornando a casa a Milano dopo le vacanze, ancora con lo zaino addosso trovavo in metrò le pubblicità cambiate. Il giorno dopo già non le notavo più, mi ero sincronizzata con i piccoli cambiamenti fatti dalla città in mia assenza.

Anche le parole cambiano mentre siamo via. Se vi capita di vedere un pezzo di telegiornale degli anni settanta, con le stesse parole oggi ancora di uso comune si costruiva un linguaggio leggermente diverso. E si sente. Mi piace immaginare la successione di piccoli cambiamenti che 40 anni dopo porta a questa sensazione di leggera estraneità.
Quindi ieri non c'era da stupirsi quando mi sono accorta che Chiara, amica fiorentina che vive a Tours da 20 anni occupandosi di letteratura rinascimentale, dotata di una grande proprietà di linguaggio, non conosce la parola "metrosessuale". Questo, d'accordo, è un caso limite. Forse questa parola è nota solo a Milano, o solo a chi si occupa di Costume & Società, di Generazione X e robe varie.
Seguire le notizie italiane ci tiene sul pezzo, e così anche gli italiani di Tours dicono "Ciaone". La lingua però è in continuo movimento e per stare veramente sul pezzo "bisogna esserci", nei luoghi. Luoghi fisici, geografici. In una casa, in una città, in un Paese. A 20 sono andata a vivere a Milano, e nonostante tornassi a casa tutti i fine settimana il binario della mia vita ha cominciato a divergere. La mia quotidianità non era più con i miei genitori, mio fratello e mia sorella, con gli anni il problema della sincronizzazione si è manifestato nel non essere più sempre al corrente delle notizie dei parenti, di Cogoleto; l'università di Dario, i clienti di mia sorella praticante avvocato, i personaggi del lavoro di mia mamma e i quiz di  matematica di mio padre. Qualche pezzo mi manca, ritrovarsi a cena in famiglia tutti i giorni ha l'effetto di favorire la sincronizzazione dei vissuti.
Anche per i social vale lo stesso discorso. Certe cose addirittura succedono solo lì, non sono certo le più importanti ma fanno parte dell'orizzonte. I social sono essenziali per la sincronizzazione sui fatti importanti, sui gossip importanti, sulle vicende personali di chi ha voglia di parlarne pubblicamente.
insomma. Per mettermi in pari in generale, mica solo prima di tornare in Italia, ogni tanto un giro su Facebook ci vuole.

Per tornare a metrosessuale: è una parola che in verità non uso mai, a cui attribuisco un significato di cui stavo già dubitando mentre cercavo di spiegarlo a Chiara; ora devo controllare su internet per confermarmelo. Io l'ho imparata negli ultimi anni a Milano sentendola usare da Paolo, che in realtà è l'unica fonte che ho. Lui magari se l'è pure inventata e io ci ho costruito su un film di filologia... figurati.
I metrosessuali, comunque, se è tutto vero quello che penso, sono quei ragazzi molto curati, con sopracciglia perfette ad ala di gabbiano, camicie o magliette aderenti ai muscoli da palestra, capelli e basette scolpiti. Sono presenti anche a Tours ma non so se esiste già una parola per indicarli. Con tutte le parole che inventano i francesi a ciclo continuo, dubito che non ce ne sia una: ce ne sarà piuttosto una per ogni banlieue.

Ho controllato. La definizione è giusta e su Wikipedia c’è pure l'etimologia, uau:
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Metrosessualit%C3%A0
Allora Paolo non se l’era inventato!

venerdì 1 luglio 2016

Ciao Tours

Oggi ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze. È finito alle 22, eccezionalmente perché non li faccio più davvero 'sti orari, ma oggi sì e così anche se parto domenica sono scesa alla Guinguette senza passare da casa per salutare un po' questi posti con un bicchiere di Gamay.
Ora non è che mi metta a fare l'intenditrice, so solo che questo è un vino rosso locale, e qui si fa un sacco di vino. Ma io faccio i wafer.
Il mio lavoro in parte è qualcosa che Pierre Rabhi, filosofo-agronomo che ho scoperto in Francia, definirebbe "servitù volontaria". Mi ha molto colpito questo modo di guardare al lavoro moderno: che lui confronta con forme antiche e meno strutturate di lavoro, che serviva per vivere e che si poteva sospendere, e riprendere quando di nuovo necessario.
Oibò, da quando in qua?

Anche per riprendere un po' di contatto con la natura, le cose vive, anche se qui a Tours la natura è molto più facile da scovare che a Milano, adesso vado a passare un po' di tempo in una fattoria biodinamica a Novi Ligure. A lavorare, cosa che in questi ultimi giorni un po' densi prima di partire non trovo più tanto entusiasmante. Gratis per di più, e qui esce tutto il mio lato genovese che ho cercato di ammaestrare stando 20 anni a Milano, in primo luogo, e poi con profonde riflessioni sul dono, l'abbondanza, il non attaccamento.
Più che un lato, è la mia anima più radicata che parla, un'anima che cerco di assopire abituandomi a pensare al denaro come ad uno degli strumenti a disposizione. Ma io sono veramente una formichina, e credo che sarei capace di vivere con lo stipendio da 1000 euro dei dipendenti della cascina senza grandi modifiche al mio stile di vita.

Quindi si parte per la campagna, in un posto in cui qualcuno tutti i giorni fa il pane e la focaccia, che la Liguria è vicina; in cui gli animali allevati costituiscono un anello essenziale per armonizzare il rapporto tra uomo e piante. Mai sentita una giustificazione più bella allo sfruttamento animale. Approfondirò.
Tante e diverse energie sottili sono evocate in questa fattoria: nella sala del ristorante dell'agriturismo sono appesi gli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Venite a trovarmi!
A Novi Ligure, www.cascinadegliulivi.it.
Anche lì si fa il vino, biodinamico. La visita alla cantina dove fermenta in queste enormi botti di rovere equivale alla passeggiata nel caveau di una banca, con la differenza che il vino è vivo e vi sussurra mentre gli passate davanti. Shhh... crrr... psss....

Se prima di salutarci vogliamo aprire una parentesi climatica, qui l'estate vera è durata due giorni a maggio e due a giugno. Qui alla Guinguette, con giacca e sciarpa e maglione e pantaloni lunghi, sogno i 30 gradi di Milano. Qui, massimo 20; e ora, in riva al fiume - la Loira che allagava i paesini, la Martesanona di Tours - sto gelando. Falangi bianche e rigidine sul touch screen.
Questo pensiero passerà subito appena arrivo, lo so, come sono conscia della necessità antropologica di fare confronti con l'erba del vicino. Chiudo la parentesi che può portare lontano, perché a tutti, compresa me, piace parlare del meteo; ed è rassicurante.

Come è altrettanto rassicurante salutare prima di partire, congedarsi dal territorio conosciuto che ci ha accolto e dato spazio e possibilità.
Ieri con un aperitivo in piazzetta nella modalità "Ciao, buone vacanze, ci rivediamo" con gli amici italiani e spagnoli.
Domattina con una colazione da Marjolaine, la mia unica amica francese rimasta nella lista delle amiche francesi, ma che non vedo da marzo; stavo già chiedendomi se la dovevo depennare, e invece no! resiste, si è fatta viva. Bella Marjo.
Oggi alla Guinguette con un bicchiere di vino che a breve sarà un Cortese.

Buone vacanze!

Serena

giovedì 19 maggio 2016

Scritto con un pennarello

Questa sera sto pensando a Frédéric, il mio amico francese.
Non ho altri amici francesi, diciamo che gli altri sono state delle delusioni. E comunque non erano tanti. Ma Frédéric vale 100.
Una cinquantina d'anni, direttore ateo o quasi di una scuola cattolica. L'ho conosciuto al cinema, 6 mesi fa, all'anteprima di un bellissimo documentario che mi ha segnato: "Demain".

http://www.demain-lefilm.com/le-film

Frédéric era amico del regista, così dopo il film sono andata a casa sua per la prima volta con un po' di altra gente a continuare a parlare di quel mondo di idee e di soluzioni per evitare lo scatafascio verso cui spesso mi sembra di vedere andare l'umanità. Molto bello, in Italia uscirà ad ottobre. In Francia ha appena superato un milione di spettatori. E ha vinto il César, cioè l'Oscar francese, per il miglior documentario. Con Frédéric condivido tante idee e modi di vedere le cose. Con Frédéric divido il sacchetto di verdure bio (e un po' pure solidali) a sorpresa, il "panier", che una volta alla settimana i Jardins du Contrat ci preparano da quando ci siamo abbonati.
È un francese atipico: aperto, generoso, spiritoso, accogliente fin da subito. Non a caso ha vissuto molti anni all'estero.
Da un annetto la domenica mattina prepara una zuppa ed invita chiunque a casa sua per condividerla. Anche gente conosciuta al cinema la sera prima. Anche amici di amici, e dice sempre "non portate nulla". Io non ce la faccio e porto sempre qualcosa invece, in particolare i biscotti del Mulino Bianco quando torno dall'Italia. Adora i Pan di Stelle. Tables Ouvertes, ha chiamato l'evento.
Da un paio d'anni ospita un ragazzo congolese suo ex-allievo che era finito in mezzo alla strada al compimento dei 18 anni, termine legale del diritto di un minore ad essere accolto nei foyer francesi. Questo ragazzo si chiama Merveille e anche la famiglia di Frédéric gli si è affezionata. Forse anche più di Frédéric stesso.
Lo dico perché Frédéric mi ha raccontato che suo padre qualche giorno fa si è raccomandato con lui di prendersi cura di Merveille. Una delle ultime raccomandazioni al figlio, suo padre era molto malato.
Oggi c'è stato il funerale del papà di Frédéric, a Bordeaux. Ieri, prima che partisse, ci siamo visti per dividere il nostro panier. Mi ha raccontato che con i suoi famigliari hanno deciso di portare dei pennarelli al funerale, in modo tale che tutti potessero scrivere un messaggio sul legno della bara di Jean-Barthélémy Murat, prima che se ne andasse verso il compimento del viaggio: il falò.
Così è da un po' che ci penso, ad una frase da lasciare a Jean-Barthélémy. Penso a tante frasi, penso che la sua famiglia numerosa gli vuole molto bene, e che è bellissimo sapere che lo vuole salutare con un gesto affettuoso e collettivo, un grande abbraccio.
Questo bene che si moltiplica è l'insegnamento trasmesso dai genitori ai figli attraverso la realizzazione dei valori nel quotidiano. Frédéric ha un fratello adottivo; Frédéric e suo fratello hanno a loro volta adottato dei bimbi.
Questo bene si moltiplica ancora e arriva fino a me, fino a voi.

Un grande abbraccio, Fred.

Un'altra lingua

Ho appena letto un articolo sul sito di Repubblica, cioè di Babbel in realtà, che descrive benissimo un sacco di considerazioni che ho fatto anch'io in questi mesi all'estero.


https://it.babbel.com/it/magazine/10-consigli-lingua?bsc=itamag-a1-vid-bv1-tipsandtricks-tb&btp=default&utm_campaign=cd_itaall_git_cx1_bv1_tipsandtricks_2&utm_medium=CON&utm_source=taboola&utm_term=groupoespresso-larepubblica


E' troppo bello e troppo vero per lasciarlo li', col rischio di non trovarlo più on line tra un po' di mesi. Quindi lo copio qui sotto, non si sa mai che in questo blog abbia vita più lunga.
Si tratta dei consigli di Matthew Youlden, un vero poliglotta che parla ameno 5 volte più lingue di me, per imparare una nuova lingua facilmente.
In coda ai consigli di Mattew ci sono i miei commenti.


1. DOVETE SAPERE PERCHÉ LO STATE FACENDO

Potrà sembrare ovvio, ma se non avete un buon motivo per imparare una nuova lingua sarete meno motivati a portare avanti la vostra missione. Voler imparare il francese per darsi delle arie davanti ai propri connazionali non è uno dei motivi migliori. Se lo scopo è invece far conversazione con una persona di madrelingua francese che vorreste conoscere meglio, avrete già una marcia in più. Qualsiasi sia il motivo del vostro interesse, una volta scelta la lingua da imparare, l’essenziale è l’impegno che ci metterete: “Bene, ho deciso che voglio imparare bene questa lingua, quindi farò il possibile per usarla, leggerla, parlarla e ascoltarla ogni volta che ne avrò l’occasione.”
Il motivo per cui 17 anni fa scelsi la Francia come destinazione per il mio Erasmus era quello di imparare il francese benissimo, perché il francese sulla bocca di una donna è molto affascinante.
Il motivo per cui ci sono ritornata è molto meno chiaro.


2. IMMERGETEVI!

Una volta presa la decisione di impegnarsi sul serio, come procedere? Qual è il modo migliore di dedicarsi allo studio di una lingua? Matthew raccomanda l’approccio massimalista: non importa quali strumenti usiate, la cosa fondamentale è esercitarsi quotidianamente con la nuova lingua. “Di solito tendo a voler assorbire il più possibile fin dall’inizio. Giorno dopo giorno cerco di pensare in quella lingua, scrivere, o anche parlare da solo. Per me è tutta questione di mettere davvero in pratica quello che sto imparando, che si tratti di scrivere un’email, parlare, oppure ascoltare radio o musica in quella lingua. È importantissimo immergersi il più possibile nella cultura della nuova lingua.” Tenete presente una cosa: il training migliore in assoluto è parlare nella nuova lingua con altre persone. Riuscire a condurre una conversazione, per semplice che sia, è già un’ottima ricompensa, nonché uno dei traguardi iniziali che aiutano a restare motivati e mantenere l’impegno di esercitarsi di continuo. “Tengo sempre presente una cosa: è indispensabile adattare il nostro modo di pensare al modo di pensare nell’altra lingua. Ovviamente non esiste un singolo modo di pensare per tutte le persone che parlano spagnolo, o ebraico, o olandese, ma il punto è usare la lingua come strumento per costruirci attorno il proprio mondo.”
Quando ero a Marsiglia ascoltavo tutti i giorni France Info, una radio che passa quasi solo notizie e ciclicamente le ripete, per cui dopo un po' di volte le capivo meglio. Forse la mia amica Silvia si ricorda pure, dato che abitava qualche cameretta più in là nella Casa dello Studente!
Nel 1999 non esisteva la radio via internet. Per fortuna che stavolta  parto avvantaggiata con il francese, che ormai parlo abbastanza bene, cosi' ora posso ascoltare i miei programmi preferiti su RadioTre e Radio Deejay col mio adorato tablettino CVD.


3. TROVATE UN PARTNER

Matthew ha iniziato a imparare varie lingue insieme al fratello gemello Michael (pensate un po’: si sono cimentati con la loro prima lingua straniera, il greco, quando avevano solo otto anni!). Matthew e Michael hanno ricevuto i loro superpoteri da un tipico caso di rivalità tra fratelli: “Eravamo molto motivati, e lo siamo ancora. Ci sfidiamo a vicenda per impegnarci al massimo. Se mio fratello si rende conto che sto facendo di più, diventa invidioso e si dà da fare per battermi, e viceversa – si capisce che siamo gemelli…”. Anche se non avete fratelli o sorelle a farvi compagnia nella vostra avventura linguistica, avere un partner con cui far pratica spingerà entrambi a fare sempre un passo in più e restare motivati. “Sono convinto che questo sia uno dei modi migliori per imparare: avere a disposizione qualcuno con cui parlare, che poi è lo scopo di imparare una lingua.”
Sono messa bene: sia a Marsiglia che qui ci sono un bel po' di francesi con cui praticare.
... oh, ma cosa pensate! zero fidanzati.
...... oh, ma cosa avete pensato ancora!! no, nessuna avventura, sono semplicemente circondata da un sacco di francesi. Ce ne sono veramente ovunque, eh. Tranne il week end che per me diventa italiano e spagnolo :D


4. TENETE VIVO L’INTERESSE

Se fin dall’inizio vi ponete come obiettivo riuscire a fare conversazione, non rischierete di perdervi sui libri di testo. Parlare alla gente vi aiuterà a mantenere vivo il vostro interesse personale nell’apprendimento: “Si impara una lingua per poterla usare con altre persone, non per parlarla da soli! La parte creativa dell’apprendimento è proprio la capacità di inserire la lingua che si sta studiando in un contesto più utile, generale, quotidiano – per dire, scrivere canzoni, o anche solo voler parlare con la gente del posto, usarla quando si viaggia all’estero. Ma non serve per forza andare all’estero: se studi il greco, puoi andare al ristorante greco sotto casa e ordinare in greco.”
Spesso le parole di un menu sono le prime che entrano nel vocabolario. La motivazione in questo caso è forte, se si mangia bene poi c'è un importante effetto di rinforzo. Mi ricordo che durante la mia vacanza in Repubblica Ceca nel 2000 è andata proprio cosi' e ancora oggi senza più esserci tornata mi ricordo come si dice "birra piccola", "birra grande" e "funghi impanati".


5. DIVERTITEVI IMPARANDO

Usare la nuova lingua in qualsiasi modo è sempre un atto creativo. I gemelli superpoliglotti si sono esercitati con il greco scrivendo e registrando canzoni. Trovate un modo divertente di mettere in pratica la lingua che state imparando: magari potreste scrivere un pezzo teatrale per la radio insieme a un amico, disegnare un fumetto, scrivere una poesia, o semplicemente parlarla con qualcuno ogni volta che ne avete la possibilità. Se non trovate un modo divertente di usare la nuova lingua, forse non avete seguito il consiglio al punto 4.
Si', ok, vado al cinema ogni tanto. Ma io qui mi diverto fondamentalmente con spagnoli e italiani, accipicchia. Vado a rivedere il punto 4.


6. TORNATE BAMBINI

No, non vi stiamo consigliando di fare i capricci o pasticciare con il piatto al ristorante facendovi schizzare il purè nei capelli: stiamo parlando di imitare il modo in cui i bambini imparano. L’idea che da piccoli abbiamo maggiori capacità di apprendimento che da adulti si sta rivelando un mito: le ricerche più recenti tendono a smentire l’esistenza di un collegamento tra l’età e la capacità di imparare. La chiave per apprendere in modo rapido come quando eravamo bambini potrebbe essere semplicemente adottare certi atteggiamenti dell’infanzia: ad esempio la mancanza di imbarazzo, la voglia di giocare con il linguaggio e la disponibilità a fare errori. È proprio facendo errori che si impara. Fare errori da bambini è normalissimo, ma da adulti diventa un tabù. L’avete mai notato? Un adulto tende a dire “non so fare questa cosa” invece di “non l’ho ancora imparata” (non so nuotare, non so guidare, non so parlare spagnolo). Fallire (o anche solo far fatica) è qualcosa di cui ci vergogniamo: un problema che non affligge i bambini. Quando si tratta di imparare una lingua, ammettere che non possiamo sapere tutto (e accettare l’idea) è la chiave per fare progressi ed essere liberi. E allora lasciatevi andare e superate le vostre inibizioni da adulti!
Importantissimo: mai vergognarsi. Pensate che nel 99% dei casi avete di fronte qualcuno che parla solo la sua lingua e fatevi coraggio.


7. FATEVI AVANTI E OSATE DI PIÙ

Essere disposti a fare errori significa essere pronti a mettersi in situazioni potenzialmente imbarazzanti. Potremmo sentirci un po’ intimiditi all’inizio ma è l’unico modo di fare progressi e migliorare. Non importa quanto si studia, per poter parlare davvero una lingua bisogna farsi avanti e osare: parlare a sconosciuti, chiedere indicazioni ai passanti, ordinare al bar e al ristorante, raccontare una barzelletta. Più spesso riuscite a fare queste cose, più acquisterete fiducia e vi sentirete a vostro agio in nuove situazioni: “All’inizio andrete incontro a qualche difficoltà: potrebbe darvi qualche problema la pronuncia, o la grammatica, oppure la sintassi, o magari non capite bene certi modi di dire. Ma credo che la cosa più importante sia sempre sviluppare una certa sensibilità e appropriarsi della nuova lingua come se fosse la nostra.”
Io consiglio un bicchiere di vino per accompagnare gli sforzi. Dopo il terzo vin brulé, una sera di questo inverno ho iniziato a padroneggiare il passato remoto.


8. ASCOLTATE

Per imparare a disegnare, bisogna prima saper osservare. Allo stesso modo, per imparare a parlare una lingua bisogna saper ascoltare. Ogni lingua ci suona strana la prima volta che la sentiamo, ma più ci abituiamo ad ascoltarla più diventerà familiare e facile da parlare. “Abbiamo tutti le capacità di pronunciare qualsiasi lingua, è solo che non ci siamo abituati. Ad esempio, la cosiddetta erre arrotata non esiste nell’inglese britannico, che è la mia madrelingua. Imparando lo spagnolo mi sono trovato di fronte parole con quella particolare erre, come ad esempio perro e reunión. Per me l’approccio migliore in questi casi è ascoltare e cercare di visualizzare o immaginare come va pronunciata la parola, perché per ogni suono c’è una parte specifica della bocca o della gola da usare per ottenerlo.”
Moooolto importante! E io mi vanto anche: poco tempo fa ascoltando i francesi parlare mi sono accorta di un'eccezione di pronuncia che non avevo mai studiato. Ve la insegno: il gruppo vocalico "ai", che si pronuncia "e", fa eccezione nella coniugazione del verbo "faire":
es. nous fAIsons (facciamo), en fAIsant (facendo)... in queste parole non si pronuncia "e" ma ... quel suono neutro che non è una "e", ma una [ə]. Chiaro, no?


9. OSSERVATE CHI PARLA LA LINGUA

Ogni idioma implica modi diversi di usare le labbra, la gola e la lingua. La pronuncia è una questione tanto fisica quanto mentale: “Potrà sembrare strano, ma un approccio utile è osservare bene chi sta pronunciando le parole con un particolare suono che stiamo imparando e poi cercare di imitarlo il meglio possibile. Credetemi, potrà essere difficile all’inizio ma ci riuscirete. Alla fine è più facile di quanto ci immaginiamo: bisogna solo far pratica.” Se non avete intorno madrelingua da osservare o imitare, un’ottima alternativa è guardare film o programmi televisivi in lingua originale.
Parlando francese la bocca si apre meno che per l'italiano. Quanti di voi non hanno mai pensato che i francesi parlano in maniera atteggiata, con la boccuccia a cuore, come a fare le moine? Invece non fanno le moine ma sono veramente cosi' tutto il tempo, ridono anche in maniera più composta direi. Esistono diversi suoni vocalici neutri, che chiudono abbastanza la bocca, come quello sopra, ma anche [ø] e [œ]; inoltre anche una vocale classicamente aperta come la "a", in francese è meno aperta. E ne esistono due: [a] e [ɑ].
Che casino, eh? Ma la fonetica mi piace da matti.


10. PARLATE DA SOLI

Se non avete nessuno con cui parlare la nuova lingua, non c’è niente di male a parlarla da soli: “Lo so, sembra una cosa un po’ bizzarra, ma parlare da soli in una lingua straniera è un ottimo metodo per esercitarsi quando non si hanno altre occasioni di usarla.” Parlare da soli è molto utile per tenere a mente nuove parole e frasi e acquisire più fiducia per la prossima volta che avrete occasione di parlare con altre persone.
Dopo un po' di full immersion, un dialogo interiore in francese ha cominciato spontaneamente a farsi largo tra i miei pensieri. Penso che succeda a tutti. A Marsiglia lo lasciavo fare, qui invece mi obbligo a pensare in italiano perché è un attimo, e la lingua italiana si impoverisce e se ne perde la padronanza. Non dico mica che si dimentichi, eh: ma perché ieri sera mi è venuto da dire, finita cena con Antonio il mio collega italiano al ristorante, "Ti invito io" invece che "Offro io"?


(Consiglio extra) RILASSATEVI!

Non vi preoccupate troppo: non darete fastidio alle persone se provate a parlare nella loro madrelingua, anche se fate errori. Basta dire subito che state imparando e volete far pratica: la maggior parte delle persone sarà paziente e disponibile e vi incoraggerà con piacere. È vero che ci sono circa un miliardo di persone che parlano l’inglese come seconda lingua in tutto il mondo, ma la maggior parte preferisce comunque parlare la propria madrelingua. Prendere l’iniziativa di entrare nel mondo linguistico di un’altra persona può anche aiutare a metterla più a suo agio e creare maggiore disponibilità al dialogo: “Certo, puoi viaggiare ovunque parlando solo inglese, ma proverai molta più soddisfazione parlando anche solo un po’ della lingua locale. In questo modo riuscirai a sentirti davvero a tuo agio nel luogo in cui ti trovi e sarai in grado di comunicare, capire, interagire in ogni situazione possibile.”
E tenete presente che l'accento italiano mentre si parla francese pare che sia fighissimo, sia al maschile che al femminile, percio' veramente dateci dentro e sentitevi fighi.


MA A CHE SERVE?

Abbiamo visto alcuni ottimi consigli su COME iniziare a imparare una nuova lingua, ma se siete ancora indecisi sul PERCHÉ farlo, Matthew ha un ultimo commento da offrirvi: “Credo che ad ogni lingua corrisponda una particolare maniera di vedere il mondo. Parlare una certa lingua significa avere un modo diverso di analizzare e interpretare il mondo rispetto a chi ne parla un’altra. Anche quando si tratta di lingue strettamente imparentate tra loro, come lo spagnolo e il portoghese, per cui se ne parli una capisci piuttosto bene anche l’altra, si tratta comunque di due mondi diversi, due mentalità distinte. Nel mio caso, avendo imparato altre lingue ed essendo stato sempre circondato da molte lingue, non potrei davvero sceglierne una sola, perché vorrebbe dire rinunciare alla possibilità di vedere il mondo in un modo diverso. Anzi, non in un solo modo diverso, ma in molti modi diversi. Almeno per me personalmente, essere monolingue sarebbe un modo molto triste e noioso di vedere il mondo, mi farebbe sentire più solo. Ci sono così tanti vantaggi nell’imparare un’altra lingua che davvero non riesco a trovare un solo motivo per non farlo.”
Ha troppo ragione 'sto ragazzo. Questa è la parte più seria di tutto l'articolo. Qui si mette in discussione il concetto di traduzione e di vocabolario.
Niente da fare, bisogna imparare.