venerdì 14 aprile 2017

Tours'nTango




Ciao amiche e amici tangueri!

Forse non lo sapete ancora, ma dal 2 al 5 giugno ci sarà un festival di tango a Tours - proprio qui! - in cui sono coinvolta direttamente perché da quest'anno sono attiva nell'associazione.
E' un festival che si annuncia piccolino ma già abbastanza noto perché esiste da 10 anni: siamo alla quinta edizione dato si fa ogni due anni, si prevedono circa 400-500 persone. L'ambiente è molto conviviale, abbiamo deciso addirittura di usare la label "Open Role Friendly" per dare la possibilità agli invitanti ed invitati di sperimentare le gioie del ruolo opposto... diciamo che è una formula "liberi tutti" che soprattutto per noi ballerine è molto interessante! Ambiente internazionale perché il passaparola si è attivato, le case dei miei amici sono già piene di invitati per il festival, francesi e stranieri.
Tra parentesi mi sto occupando proprio io dell'organizzazione dell'ospitalità per chi cerca una sistemazione gratuita in casa dei ballerini di Tours. Sto mettendo insieme le disponibilità proprio in questo periodo. E... i miei amici italiani??? beh, siete i benvenuti e in casa mia avete la precedenza! qui si puo' stare comodi in 5 e un po' meno comodi in 7. Altrimenti c'è tutto il resto della banca dati che sto costruendo e alcuni alberghetti carini in centro città.
Allora: chi di voi verrebbe???

Il programma del festival è ricchissimo di eventi, con aperitivi e concerti in città. Per due sere avremo anche due sale indipendenti per ballare classico e alternativo. Tutto considerato, aggiungo che è un festival veramente low cost per i partecipanti: le milonghe e gli stage sono a pagamento come al solito, ma tutto il resto è gratuito e aperto a tutti, anche e soprattutto ai non ballerini, per far conoscere anche al resto della città questa bella passione che ci coinvolge. Per l'associazione il festival sarà un po' meno low cost, io spero solo che chiuderemo i conti in pari se no l'anno prossimo dovremo scervellarci ancora di più per far quadrare il bilancio.
Ma a questo penseremo dopo il 5 giugno, quel che è certo è che sarà molto divertente e io sinceramente NON VEDO L'ORA...
Vi dico già che è davvero da provare la milonga al piano attico della biblioteca comunale, con vista sulla Loira e sui tetti della città. Vi aspetto!











domenica 19 marzo 2017

Lo zio politically scorrect

Quando immaginavo la mia vita in Francia non avevo considerato la questione dei rientri imprevisti, e quando si parla di urgenza si parla di solito di brutte notizie.
Ancora un viaggio Tours-Italia-Tours imprevisto, ancora un funerale.
Dopo la zia Iana e Marzia, adesso lo zio Marcello.

Aver voluto spostare il baricentro della mia vita significa essermi voluta allontanare da un mondo conosciuto, un po’ pesante, che faceva da sfondo ormai un po’ troppo ripetitivo ad una me stessa sempre più stanca del tran tran su cui si erano affacciati i 40 anni. Un tran tran che visto dal mio pianeta emotivo non mostrava delle grosse prospettive di evoluzione. Mi sembrava di fare la stessa vita, compiendo gli stessi errori, vivendo le stesse difficoltà, da molto tempo.

Le persone fanno parte di questo sfondo, o no? Ma per forza, sì. E quando si va via si lascia anche quello che non si voleva lasciare, che alla fine del bilancio complessivo è rimasto dalla parte da cui ci si allontana.
Con la distanza, la relazione con le persone è la cosa che è cambiata di più. Ne ho conosciute nuove, e mentre vecchie conoscenze sono sempre più sbiadite alcune amicizie stanno brillantemente sopravvivendo alla lontananza. Lo zio sì, era da un po' che non ci sentivamo, ma con la certezza che rivedendoci si sarebbe subito ritrovato il nostro legame con una battuta.
Forse ci eravamo visti quest'estate l'ultima volta. In questi ultimi 40 anni, poteva essere passato anche più tempo ma se chiamava al telefono di casa dei miei ed ero io a rispondere, lo riconoscevo subito. Mai una volta che avesse detto "Sono lo zio", lui preferiva iniziare già scherzando. E allora si poteva spaziare dai pubblici uffici ("Pronto, qui è il Servizio Oggetti Smarriti di Genova Principe") ai pubblici esercizi ("È il bar della piazza? Mi fa due caffè? Uno macchiato caldo e uno doppio in tazza grande"), passando per personaggi sconosciuti ("Pronto, il ragionier Rossi?")

Io l’ho conosciuto molto di meno di sua moglie, suo figlio, mia madre, i suoi amici, di chi gli ha vissuto vicino giorno per giorno. Ho certamente una visione parziale: non abbiamo fatto vacanze insieme, ci siamo frequentati come uno zio e una nipote in pranzi di famiglia, feste comandate e week end. Mi sento però ugualmente piena del suo ricordo e della sua eredità, quella che ho ricevuto io.
Fare ridere era una priorità, prendere in giro e trovare soprannomi prima che venisse inventato il politically correct. Perché oggi a nessuno verrebbe in mente di salutare i suoi nipotini dicendo "Ciao handicappati!", cosa che ci faceva ridere tantissimo... erano i primi anni '80, scusate!
Adoravamo lo zio con i baffi, che chiamava "Süss l’ebreo" lo zio di campagna con tendenza all’avarizia. Süss non avrebbe voluto che raccogliessimo la frutta matura dagli alberi del suo giardino, ma un pomeriggio lo zio ce lo ha fatto fare di nascosto!
Per continuare con i soprannomi, Io zio Marcello aveva ribattezzato "Arkan" il nipotino pestifero di 3 anni, e io stessa ero diventata "Skeletor" in un periodo di magrezza eccessiva che per altro faceva preoccupare mia madre - senza ragione per fortuna, perché non ho mai perso l’appetito e per questo lo zio si permetteva di sdrammatizzare.
Si è divertito a chiamare la moglie di mio fratello col nome della loro cagnetta e viceversa, e qui gli anni '80 erano finiti da un pezzo. Ma ci faceva così ridere, compresa Claudia-Gina.
Ogni volta che era invitato dai miei mi raccontava il menù preparato da mia madre, sua sorella gemella Marcella (mamma non prendertela! ) che molto diversamente da lui non ama molto il cibo né cucinare. E cominciava a comporre un menù inventato (mezzo mestolo di brodo di dado con la pastina... una foglia di lattuga scondita.... dolce no perché a cena bisogna stare leggeri") che rendeva benissimo lo stile di certe cene a casa nostra, quando mia madre non ha voglia di applicarsi.

Un uomo di spirito, insomma. E di più.
Di lui mi rimane questa eredità, lo spirito di un uomo che amava la vita e le persone, restandone un osservatore attento e curioso. Da ragazzino scapestrato e lavativo a scuola, con la zia Milly ha allevato il figlio unico meno viziato che conosca. Sui campi da calcio ha allenato ed educato decine di ragazzi dosando barzellette e disciplina. Poi, recentemente si era messo a leggere Seneca e studiava psicologia. Facendoci ridere lui ci trattava da pari a pari, da adulti; ci mostrava che ci voleva bene regalandoci tutte quelle storielle, quei giochi di parole, e pure le smorfie... sapete, lui sapeva pure muovere un orecchio in su e in giù: anche per questo, per me è sempre stato uno zio eccezionale.

Al suo funerale c’era tanta gente e tanto sole. A Varazze era primavera, mio cugino Alessandro in maniche di camicia e occhiali scuri salutava i parenti sul piazzale della chiesa. Tanta commozione.
Il sacerdote straniero che ha celebrato il funerale non conosceva lo zio, leggeva il suo nome su un foglietto ma è normale se il prete amico che avrebbe potuto fare una cerimonia più personale si trovava lontano in viaggio... i rientri imprevisti non sono mica sempre possibili.
Quel foglietto doveva essere il certificato dell'anagrafe, così ho scoperto durante la celebrazione che lo zio aveva un secondo nome. Mia mamma ce lo ha confermato: era per ricordare lo zio Peppino che ha combattuto con i fascisti e con Franco (con, non contro) nella guerra civile spagnola e che poi è morto per le ferite qualche anno dopo essere tornato a casa, poco prima che nascessero loro... ma io, mai saputo.
Fino a metà cerimonia quindi lo zio è stato chiamato Marcello Giuseppe; dopo un po’ però il sacerdote forse si è sentito più a suo agio e in maniera quasi famigliare ha cominciato a chiamarlo Giuseppe... Giuseppe... nostro fratello Giuseppe... che se qualcuno fosse arrivato tardi al funerale, se ne sarebbe andato pensando di avere sbagliato chiesa!!!
Allo zio sarebbe piaciuta questa storiella, e anzi magari ci ha messo proprio lui lo zampino. Sono sicura che l’ha già raccontata a S. Pietro.

venerdì 27 gennaio 2017

Intorno ai pains au chocolat - Spirito tourangeau

Grazie ai pains au chocolat ho imparato un elemento chiave per integrarmi con i francesi, questo popolo perfettino, esigente e pieno di autostima.
Arrivando qui, inizialmente avevo sentito dire da molti che i tourangeaux parlano il miglior francese di Francia, che sono aristocratici inside - vivere in un posto dove una villa di campagna si chiama château produce questo effetto - e che è difficile farseli amici. Loro si autodefiniscono freddi.
Col tempo ho imparato che sono attaccati alle loro abitudini come un pidocchio al suo capello, che le regole sono più importanti delle persone e più durevoli delle ragioni alla loro origine. Ma sto parlando dei tourangeaux, dei francesi, o dei miei 15 colleghi del gruppo "Pains au chocolat"? La solita domanda a cui non so rispondere.

Tutta questa storia comincia un venerdì mattina di agosto 2015, il primo venerdì di lavoro nell'ST di Tours. Mentre prendo posto alla scrivania vedo un sacchetto di carta posato lì vicino, con dentro dei pains au chocolat. Chiedo ai colleghi presenti di cosa si tratti e loro mi spiegano che esiste un gruppo che il venerdì mattina si compra i pains au chocolat pagandoli a turno, per mangiarli insieme e condividere un momento di convivialità al bar dell'ufficio. Mi piace molto l'idea, mi piacciono molto i pains au chocolat, non esito un attimo ad aggiungermi alla lista. Nel gruppo ci sono praticamente tutti i manutentori e i tecnici (shift eng), e poi gli eng (tipo me); la maggior parte lavora in équipe in settimana, cioè a turni alternando una settimana il mattino (6.00-14.00) e una il pomeriggio (14.00-22.00). Quindi i gruppi di pains au chocolat in realtà sono due, fatti dell'équipe A e dall'équipe B. Ecco che già le cose si complicano... devo iscrivermi anche alla seconda lista se voglio fare colazione in compagnia tutti i venerdì alla Cafétéria, che noi chiameremmo "le macchinette".

Passa il tempo e l'acqua della Loira sotto il ponte Wilson (il famoso ponte di pietra che si vede in tutte le foto di Tours vista dalla Loira), io partecipo con piacere all'iniziativa e pago quando mi tocca pagare. In una delle liste si aggiunge un gioco: chi offre i pains au chocolat sceglie il dress code che tutti i partecipanti sono invitati ad adottare il venerdì. È un'idea molto carina e divertente: abbiamo visto dal taglialegna al marinaio, dal total white al tricolore italiano - indovinate chi l'ha scelto, he he he...
Passa altro tempo e altra acqua della Loira sotto i suoi ponti. Nonostante il venerdì cerchi di arrivare al lavoro prima, e vada direttamente alla Cafétéria invece di passare dall'ufficio, capita spesso che alle 9 non ci sia più nessuno al bar e che il mio pain au chocolat mi aspetti già sulla scrivania. È buono lo stesso, Bertrand che è l'addetto all'acquisto si rifornisce in una boulangerie che li fa enormi e burrosi come si deve; ma peccato, addio convivialità.
Delle volte ce n'è pure più di uno, perché se qualcuno è assente e al bar non se lo sono diviso qualcosa avanza, e io ovviamente gradisco sempre l'extra. Nonostante la scarsa convivialità, mangiarsi due pains au chocolat guardando Workstream resta una goduria.

Il fattaccio che mi ha sconvolto e spinto a condividere queste riflessioni è successo quest'autunno, ad oltre un anno dal mio arrivo. Ormai non faccio più nemmeno lo sforzo di arrivare presto, se sono stanca arrivo dopo e amen; con gli orari che faccio alla sera in ufficio nessuno pretenderá che entri sempre prima delle 9 come da regolamento, ogni tanto sforo. Servirà a qualcosa essere "cadre"???? che poi qui tutti gli ingénieurs sono cadres, che  in concreto significa non dover timbrare. Poche altre sfumature contrattuali che non conosco neppure, ma differenza tra timbrare o no è essenziale per me e il mio rapporto col badge e l'orologio.

Se il problema del mio orario di arrivo talvolta flessibile finora non si è posto per i miei capi, così non è stato con i gruppi dei pains au chocolat. Un giorno arriva una mail che dice "cercate di arrivare presto perché noi che iniziamo alle 6 facciamo la pausa alle 8.15, ed è carino fare colazione insieme partecipando a questo momento di convivialità, uno dei pochi che ci possiamo permettere al lavoro."
Giusto, giustissimo. Ma se ho sonno alla mattina e sono lenta e mi godo le coccole delle gattine e sono indecisa sui vestiti da mettermi e tutto ciò fa sì che arrivi tra le 8.45 e le 9 nonostante la sveglia alle 6.45 (!) e che tutti i giovedì sera mi riprometta "domani mi alzo prima"... che ci volete fare? peggio per me, mi mangerò il mio pain au chocolat da sola sbloccando i lotti.
E invece... e invece è successo l'Inimmaginabile.
Un venerdì mattina arrivo in ufficio e... pas de pains au chocolat. Alla Cafétéria ero già passata, nessuno, neppure in ufficio: inizio a telefonare.
Alla domanda "Dov'è il mio pain au chocolat?" ottengo solo risposte elusive e scaricabarile, come se non ci fossero testimoni del momento della sparizione. Qui sono maestri di omertà, ve lo dico io.
Passa il tempo e dei pains au chocolat neppure l'ombra, neppure il sacchetto vuoto, non era mai successo prima. Quando riesco ad incastrare Frankie in uscita dalla cleam room, un manutentore di cui non conosco ancora il vero nome e cognome ma a cui sono simpatica, brandelli di verità emergono, e capisco che il mio pain au chocolat è stato spartito tra chi era al bar. Nonostante fosse un giorno con degli assenti e ne avanzassero altri. Nonostante io non fossi assente. Nonostante non esista la procedura scritta che dica "Chi non arriva entro le otto e mezza al bar perde il diritto di disporre del suo pain au chocolat".
SE LO SONO MANGIATO.
E io non avevo neppure fatto colazione.
Frankie, senza mai dire "Ce lo siamo mangiato", con una meravigliosa politesse francese (buone maniere che a prima vista agli italiani sembrano indice di falsità e doppiezza) ha argomentato il fatto che bisogna arrivare presto, che la pausa è alle 8.15, che tutti rispettano l'ora, che è bello stare insieme. In coda aggiunge anche una fantastica semi-giustificazione infantilistica e accusatoria tipica del retropensiero francese: se uno non viene mai in tempo allora significa che non gliene importa niente di condividere quel momento in compagnia - e voi allora voi mi punite mangiandovi il mio pain au chocolat???
Incavolata nera, indignata come solo una golosa frustrata e affamata può sentirsi, ho cercato di chiarire a Frankie il mio punto di vista con il massimo della cortesia disponibile in quel frangente. Piacere di stare insieme o trappola formale? Convivialità o gara a chi arriva prima? Il fatto che io paghi quando è il mio turno sembra che non sia una garanzia sufficiente ad assicurarmi il mio pain au chocolat a prescindere dall'orario di arrivo. A cosa serve essere in una lista se poi i tuoi compagni di lista non si ricordano che esisti?

Ero furibonda. Ma ho tirato fuori tutto il savoir faire possibile a stomaco vuoto, per essere costruttiva e cercare una soluzione che mettesse tutti d'accordo. Se è così bello stare insieme, si potrebbe spostare un po' l'orario della pausa in modo tale da venire incontro ai bisogni di tutti, no?
Arriva una persona nuova nel gruppo e il gruppo si adatta alle esigenze di tutti, se c'è bisogno: dai, fate pausa dalle 8.30 alle 9 e io arrivo in tempo, mi sembra uno stupendo compromesso, no?
No.
Frankie è irremovibile: dispiaciuto perché una signorina che rimane senza colazione e te ne chiede spiegazione sulla porta della clean room è una fatto spiacevole, ma c'est comme ça. Non è lui a fare le regole, ma le enuncia con la sicurezza di chi le conosce da anni, di chi si è nutrito da sempre di una certa forma mentis. Ne ho conferma quando mando una mail al gruppo per scusarmi del mio ritardo e per chiedere di spostare l'ora di 15 minuti, senza far cenno al fatto che il mio pain au chocolat sia stato sbafato da qualcun altro. La risposta è la stessa, diplomaticamente dice qualcosa che significa "arriva prima e lo troverai".

Con loro non sono arrivata così lontano nella mia ricerca della verità, ma mi sono chiesta: se invece che una single lenta fossi una mamma affannata che al mattino deve portare a scuola 4 figli, me lo avrebbero tenuto da parte?
Non è detto. Qui vince la regola, se non stai nella regola non stai nella lista, punto. E il pain au chocolat te lo puoi comprare in piazza alle 8.50.

Quel giorno il pain au chocolat me lo sono comprato alle 13.30, uscita in pausa pranzo ancora scornata e delusa. Per compensare mi sono pure presa un croissant.
La boulangère mi chiede da dove vengo (basta il mio "Bonjour" per capire che non sono francese) e come al solito finisce che parliamo dell'incontro-scontro culturale con i francesi. Lei mi sorprende dicendomi "Ah, ai tourangeaux... non provare a cambiare le loro abitudini! sono conservatori e rigidi, anche se sotto sotto hanno il cuore tenero. Prima adàttati alle loro regole e poi forse le cambierete insieme".
Questa rivelazione mi ha risollevato il morale, forse più dell'apporto di zuccheri e grassi delle brioche. E mi ha fatto pensare.

Ieri era di nuovo venerdì, sono arrivata alle 8.35 alla Cafèt (abbreviazione immancabile). Tutto il gruppo era già al tavolino con il sacchetto al centro, in cui un pain au chocolat mi aspettava.
Da qualche parola captata qua e là nei vari discorsi che ancora faccio fatica a seguire, ho capito che era stato pure lui a rischio sbafo... ma che importa, avevo già le dita unte di burro e il sapore di cioccolato a diffondere endorfine dappertutto, e mi stavo godendo la pausa di convivialità con i colleghi ammirando il dress code del giorno: "camicia, né bianca né nera".
Vincitore assoluto Bertrand, con camicia verde a bollini multicolore.
Sono matti questi francesi.

lunedì 21 novembre 2016

Scene da un matrimonio

Lo sposo è davanti alla Mairie, emozionato e splendido in smoking. C’è fermento tra gli invitati che aspettano nella stanza del sindaco. Noto il ritratto di Hollande in grande spolvero che campeggia su una parete, il tricolore francese che pende in un angolo. E il vociare, il brusio che accompagna sempre le attese: completamente assente. Il silenzio è rotto solo da Chiara, qui da 20 anni, che con uno stupendo accento toscano mi dice qualcosa come "Ma a questi poi verrà qualcuno a svegliarli?"
Per il resto lo scenario è quello solito, con la solita eterogeneità negli stili di abbigliamento tipica dei matrimoni - dal cappellino in stile elisabettiano alle scarpe da ginnastica - che mi fa tanta tenerezza quando immagino gli sforzi che si fanno per mettere insieme un outfit adeguato all'evento. Perché nonostante la varietà si vede che ognuno ha fatto del suo meglio per celebrare gli sposi con la sua presenza e una tenuta da festa: ci siamo proprio fatti belli.
Ormai sono passati più di 10 minuti dall'orario della cerimonia scritto sull'invito; molto strano mi dico, i francesi sono così precisi... piccola rivincita, he he he. Ed in effetti un brusio inizia a serpeggiare tra gli invitati (finalmente) e qualcun altro si avvicina alla vetrata del municipio da cui sto guardando lo sposo in attesa. Jérôme è tranquillo ma serio, si vede tutta la tensione che l'amica testimone con veletta e gonna a palloncino non riesce a dissipare. Entrambi guardano verso il punto da cui dovrebbe apparire una macchina bianca.
Finché... arriva lo sposo.

Il 29 ottobre sono stata al mio primo matrimonio francese: le nozze di Jérôme e Richard, due ballerini di tango colti e squisiti con cui ho passato più di un serata nelle milonghe della Région Centre.
Dal 2013 la legge in Francia consente il matrimonio egualitario: il "mariage pour tous", adozioni comprese. I miei amici stanno insieme da molti anni, ma solo l'anno scorso hanno deciso di sposarsi. La loro per molti era una relazione alla luce del sole: sono entrambi più che adulti, eppure pare che con le famiglie non sia tutto filato liscio. E resta sempre il pensiero che quello che per molti è la normalità di un rito antico e tanto ovvio da essere talvolta perfino snobbato, per altri rappresenta la conquista di un diritto, un riconoscimento troppo recente per esserci già abituati. Durante il loro matrimonio hanno raccolto donazioni destinate a finanziare una casa di accoglienza per minorenni omosessuali scappati di casa.
Jérôme e Richard hanno voluto preparare il loro matrimonio con calma, per celebrarlo con tutti i dovuti cerimoniali e anche di più. Macchina d'epoca, addobbi, fiori, bouquet, ricevimento, musica, danze; forse le bomboniere no, ora non ricordo, ma ci sono stati moltissimi dettagli originali, totalmente nuovi per me.
A cominciare dal logo: due smoking stilizzati con papillon che hanno fatto stampare sugli inviti, sui menù... e sui francobolli. Quasi un brand.
E poi, la richiesta di ricevere il regalo in denaro ma in forma anonima, grazie alla testimone con la veletta che si è fatta tramite per la raccolta. Molto bello, vero? mai più l'imbarazzo del "quanto bisogna dare".
Invece di organizzare un intrattenimento per la serata, gli sposi hanno preferito la sorpresa e chiesto agli amici di preparare momenti di animazione e spettacolo; così chi se l'è sentita ha offerto una piccola esibizione agli sposi e agli altri invitati, devo dire con grande modestia e simpatia. Non riesco ad immaginare facilmente la stessa cosa in Italia; secondo me ci prendiamo troppo sul serio e ci sembra di non essere all'altezza perché abbiamo delle alte pretese davanti ad un'esibizione in pubblico.
E così, sullo scenario di carta da parati verdina della sala polivalente comunale abbellita dalle decorazioni e dal mega logo in cartoncino bianco e nero, davanti ai grandi tavoli rotondi del catering e alle poltroncine habillées, gli amici hanno dedicato agli sposi canzoni, poesie, una sonata di violino... spettacolini semplici ed emozionanti, che dopo il taglio della torta e l'immancabile tango degli sposi - Jérôme sa anche ballare da donna - hanno lasciato spazio alle danze. Sui tacchi è sempre un po' dura, e tacchi ce n'erano tanti, ma siamo andati a nanna verso le 5 lo stesso.

Ma mica finisce così un matrimonio francese: il giorno dopo c'è un pranzo, con cui gli sposi possono salutare gli invitati prima che ripartano. Per questo Jérôme e Richard hanno organizzato un brunch con gli avanzi, e io che sono una presenzialista non potevo mancare: come dire di no a questa usanza tipica francese!
E sono stata contenta il giorno dopo di trovare altri visi disfatti come il mio dalla levataccia delle 11 di mattina, illuminati dai sorrisi per la serata condivisa fino a poche ore prima. Che bello vedere quasi tutti tornare a ritrovarsi in una specie di pic nic al coperto, senza più formalità ed etichette che comunque erano già svanite passando tante ore insieme. Senza smoking, acconciature, trucco e tacchi, senza più darsi del voi ma non per questo meno gentili, con i raggi del sole che entrando dalle finestre della sala polivalente ci illuminavano a nostro agio in scarpe da ginnastica, ci siamo serviti da un buffet di pains au chocolat, antipasti, torta nuziale e Vouvray, lo spumante della Touraine.
Come in un film di Pupi Avati, in un'aria di famiglia.


giovedì 27 ottobre 2016

Italia - Francia 2-2

Ed eccoci al secondo appuntamento con i confronti tra due Paesi. Devo dire che questo tipo di riflessioni occupa buona parte dei miei pensieri, forse un segno che non mi sono poi cosi' tanto ambientata né abituata. Continuo a notare le differenze.
Certo tutto è relativo: parlo di Italia e di Francia ma dovrei parlare di Tours rispetto a Milano e Cogoleto, sono queste le mie vere fonti. Quindi forse tutto questo non ha senso, eppure... vediamo se vi convinco.

Scolapiatti
In nessuna cucina che ho visitato finora in Francia, anche di italiani, ho trovato lo scolapiatti chiuso dentro uno sportello. Spesso c'è la lavastoviglie nelle case, ma nella mia ad esempio no. Ovunque i piatti si mettono a scolare sul lavandino, su supporti con una griglia o su uno strofinaccio, o appoggiati direttamente al lavandino a forte rischio scivolamento.
Mi sembra sempre una soluzione provvisoria, in attesa di comprare il vero scolapiatti; ma questo non succederà mai perché penso che i costruttori di mobili non li fanno proprio. Ma mi chiedo: e Ikea? fabbrica cucine per francesi senza scolapiatti??
Dato che non sono tanto brava a giocare a Tetris con piatti e pentole do il punto all'Italia.

Buone maniere
Non a caso "bon ton" è una parola francese. Qui la buona educazione è quasi un valore morale. Non entri in panetteria senza dire bonjour al panettiere, e se lo fai perché stai pensando ai fatti tuoi e magari lui sta servendo chi è entrato prima di te rischi che il panettiere se la prenda. Gli dai del "vous" anche se ha 20 meno di te ed è uno studente in stage (qui tutti i mestieri hanno una scuola e di conseguenza lo stage: anche il process engineer di ST).
Ormai mi sono abituata: do del voi ai ragazzi che trovo in tram con i piedi appoggiati sui sedili di vellutino carino per chiedergli: "Messieur, s'il vous plaît, pouvez-vous retirer vos chaussures de ce siège? Merci!", e loro iper educatamente rispondono "Excusez-moi madame".
C'è in pratica tanta maleducazione condita da buone maniere. Questo ossimoro si realizza anche nelle persone (sempre di giovani si tratta, ma staro' invecchiando io) che urlano di notte uscendo dai bar mentre passano in rue Charpentier (grrr). Gli stessi poi il giorno dopo girano silenziosissimi sui mezzi pubblici e trovano che gli italiani hanno un tono di voce alto, e quindi fastidioso. E tant'è. La verità è che non c'è un meglio e un peggio assoluto.
Se posso imparare qualcosa da questo confronto, riconosco che la Francia ce lo puo' insegnare in termini di politesse.
Nonostante il mio collega Philippe stasera mi abbia fatto incavolare molto con la sua politesse; il suo non guardarmi in faccia e non rispondermi quando gli parlo per me è insolenza e forse per lui è normale. Pero' non alza mai la voce e mi fa notare che il mio tono invece è troppo nervoso, di stare attenta a come parlo, e cosi' si sente in diritto di andarsene perché lui non ci tiene ad avere a che fare con persone "énervés".

Padroni di cani
Qua siamo indietro di dieci anni rispetto all'Italia, o all'Italia che conosco io.
Padroni di cani per fare la differenza tra loro e i loro cani. I cani poverini la cacca la devono fare, sono i padroni che non raccolgono i segni del loro passaggio. Meno male che qui in questo Paese in cui la forma è sostanza i netturbini si danno da fare per togliere le tracce dei maleducati. Si', anche i francesi pieni di belle maniere non si preoccupano di sporcare i marciapiedi di pietra bianca di Tours e e aiuole curate della loro Ville Fleurie a 4 stelle (su 4).
(Inciso: sappiate che esiste in Francia una classifica di villaggi e città "fioriti", c'è una giuria che va in giro e dà i voti alla qualità ed estensione del verde pubblico:
Quindi entrando in città invece del cartello "Citta denuclearizzata" a Tours vi accoglie la scritta "Ville Fleurie ****)
La mia amica spagnola Beatriz ha vissuto a Tours per 11 mesi. Quindi per quasi un anno ha portato la sua cagnolina Lupe a spasso per Tours e lungo la Loira senza MAI incontrare qualcuno che raccogliesse con il sacchettino la cacca del cane, e sentendosi anche cretina per la sua costanza nel farlo. Mi ha detto che qui i sacchettini di plastica costano tantissimo confronto a Madrid. Secondo me questo non è il motivo ma la conseguenza della cattiva abitudine dei padroni di cani francesi. Si tratta di un prodotto di nicchia e quindi costa caro, un po' come il fois gras. E come il bidet, sigh.
L'idea geniale di Bea, che vi passo, è quella di diventare ricca vendendo in Francia i sacchettini importati dalla Spagna: supponendo che esistano padroni francesi di cani che li utilizzano.
Fatelo anche voi quando venite qui a trovarmi: li vendiamo e vi pagate il viaggio.

Rispetto per i ciclisti
Netta vittoria della Francia. Girando in bicicletta qui mi sento tranquilla, le macchine aspettano di avere spazio sufficiente a superarmi lasciando almeno un metro e mezzo tra me e la loro portiera. Tanto rispetto quindi, ma secondo me sono anche un po' seghe qui a guidare, sebbene dicano che gli italiani guidano male. Ci sono rastrelliere dappertutto, zone vicino al semaforo dedicate all'attesa delle bici, moltissime piste ciclabili, alcuni sensi unici con doppio senso di marcia consentito alle bici, cartelli per le bici che permettono di non rispettare il semaforo rosso. Certe volte queste deroghe sono un po' pericolose, come un contromano permesso alle bici su una mini carreggiata di 50 cm e in curva, con le macchine che ci passano sopra; ammetto che ho paura di passare di li' e quindi evito. Incapacità nella progettazione o volontà di facilitare le bici a tutti i costi? sia quel che sia, c'è evidentemente tanto interesse per le bici: non solo da parte del pubblico ma anche dalle istituzioni. Anche in Italia la bici sta vivendo il suo Rinascimento, ma mi sembra che li' le istituzioni siano ancora un po' al traino dell'iniziativa dei ciclisti. Qui è una specie di Pubblicità Progresso che fa il Comune, e pure lo Stato attraverso le imprese tra cui ST, con una sovvenzione per chi garantisce di venire al lavoro in bici almeno un certo numero di giorni all'anno. Incredibile! Come per chi viene con i mezzi c'è lo sconto sull'abbonamento, cosi' per chi viene in bici c'è in regalo un kit da ciclista con il giubbino fosforescente e robe varie. ST offre pure uno sconto sull'acquisto della bicicletta elettrica! Io pero' me la rido, io vado in bici sulle mie gambe e scalo pure la Tranchée.
La bici elettrica me la compro quando vado in pensione, cioè mai.



giovedì 8 settembre 2016

Passione

In questo momento una coppia da qualche parte si sta separando, in questo momento un’altra si sta formando. Osservare da fuori queste vicende è curioso, certe volte invece ci sei dentro.
Vedo le coppie in giro – in Francia ce ne sono molte che camminano tenendosi per mano, di tutte le età – e mi immagino il momento in cui i due hanno saputo che si piacevano.
Una sera davanti al ristorante Les Blancs Manteaux una coppia si è formata; un giorno davanti al tabacchino tra rue Coppée e rue du Maine una coppia si è separata. I posti testimoni di tutte queste emozioni hanno un ruolo? influiscono sui pensieri, sulle parole, sull’ispirazione? restano testimoni neutri? Raccolgono e conservano un po’ di quelle emozioni a spasso?
Abito al secondo piano in una casa che sta su una strada stretta. Una sera, appena tornata dal lavoro, ho sentito da giù di sotto due voci giovani parlare con un tono di voce insolito: addolorato lei, risentito lui. Sconfortati entrambi. Una scena molto intima, molto triste.
Lei camminava verso di lui che si stava allontanando. Ogni qualche passo la preghiera di restare, subito seguita da un motivo in più per rinfacciare una colpa dolorosa, o fastidiosa.
La ragazza ha iniziato a piangere, lì sotto la mia finestra. Che pena: il tono di lui si è un po’ abbassato ma ha conservato il rancore; doveva esserci una grande ferita a farlo parlare cosi’, o un grande orgoglio.
Abito vicino alla strada, da casa mia si sente quello che dicono le persone quando passano. In quel momento, con il cielo grigio che forse andava a piovere, nessun altro passante. C’erano solo i due ragazzi addolorati, nei loro vestiti estivi scelti al mattino senza sapere cosa sarebbe successo alle sei di sera, a consumare la fine della loro storia sul marciapiede davanti alle mie finestre. La compassione per quei due e per l’umanità che soffre gratis per le pene d’amore mi ha fatto mettere nello stereo una musica dolce e definitiva; per dare uno sfondo un po' più colorato dei muri biancastri delle case ai loro ricordi belli, che in quel momento dovevano affollare le loro menti. Per provare a dare un atterraggio un po' più morbido dell'asfalto ai cocci della loro storia. E ho alzato il volume.
"Passione" (Neffa, 2007).
Finita la canzone ancora qualche parola, poi torna il silenzio in rue Charpentier. Cioè no, i soliti rumori: tornano i passanti, qualche auto, mi affaccio e i due ragazzi non ci sono più.
Magari mi sono fatta un film e gli ho solo rotto le scatole; forse quei due volevano menarsi e gli avrebbe fatto pure bene.
Comunque sia, ragazzetta in pantaloncini e coda di cavallo, ascolta quello che dice Raffaella Carrà: se ti lascia, lo sai che si fa? trovi un altro più bello che problemi non ha.
Tanti auguri! (1978)



domenica 14 agosto 2016

Bandierine

Chiacchierando davanti ad una birra con Cédric di bar e ristoranti carini, vengo a sapere che lui ha messo in pratica qualcosa di molto semplice che io ho sempre immaginato di fare: segnare su una cartina i locali che ha visitato. Lo scopo, oltre a quello dichiarato di ricordarseli, è quello di tenere traccia dello stato di avanzamento della lenta ma inesorabile scoperta di TUTTI i locali della città. Una specie di gioco nerd, ma che trovo divertente e in certo qual modo rassicurante. La rassicurazione del tracciamento del percorso, del completamento, della collezione, dell'appropriazione.
Anche se atipico - cioè carino, simpatico e sveglio - Cédric è un informatico e questo spiega tutto.
Che poi devo ancora capire se e quanto è atipico!

Anche se non ho mai attaccato ad un muro la piantina di una città con le sue bandierine, ho un lato nerd che mi fa tendere alla stessa modalità di ricerca. Forse per la mia natura di aspirante persona metodica, forse  per l'impostazione analitico-sistematica dei miei studi, mi è spesso capitato di pensarmi ad affrontare la scoperta del Paese-Francia suddividendo il compito in piccole parti. Il che consisterebbe nell'organizzare viaggi in diverse città durante i weekend, per visitarla piano piano TUTTA.
Chiaro che si tratta di un'utopia, un asintoto, in un Paese che è esteso quasi il doppio dell'Italia: magari giusto a S. Marino sarebbe realistico pensarlo.

Oggi, ferragosto, è passato un anno dal mio primo giretto turistico aurorganizzato, ad Angers. Nel corso dell'anno varie altre bandierine immaginarie sono state piantate qua e là dopo la prima, a sancire l'appropriazione (tra tante virgolette), il passaggio (troppo poco), o meglio il mio primo assaggio di un posto.

Livello razionale: la bandierina rappresenta un primo grado di conoscenza di un posto, di profondità diversa caso per caso. Sancisce che io lì mi so a grandi linee orientare, che ho incamerato delle immagini vere ad integrare quelle di Google, talvolta addirittura che grazie a qualche "spiegone" - come dice mia sorella - letto nei punti di interesse storico possiedo l'informazione minima che mi consentirebbe di parlare per un minuto della città. O anche che ci sono rimasta a vagare per un pezzo cercando un parcheggio o un indirizzo.

Livello emotivo: la bandierina trattiene i ricordi legati alla visita di quella città, come la foto di una cartolina fissa nella nostra memoria l'immagine del lungomare. Le persone che ho incontrato, gli amici che erano a spasso con me, i baretti, i pensieri, il colore del cielo e dei muri, l'atmosfera respirata quel giorno in città, la ragione che mi ha portato lì e non altrove. Soprattutto le foto che ho fatto, le immagini che ho scelto di portarmi via, comporranno la forma del ricordo.
La faccia di una città che si forma standoci, poco o tanto, sostituisce le immagini che il semplice nome inizialmente evocava in me. Ogni mattina andando al lavoro passo ormai con noncuranza in una via da cui si intravede uno scorcio della Tour Charlemagne, uno dei campanili rimasti della basilica di S. Martino da Tours. Mi ricordo che i primi giorni facendo questa strada la guardavo pensando un giorno di prendere il tempo per esplorare quella chiesa antica di cui vedevo una parte. E che dopo averla vista sarebbe diventata un pezzo di città conosciuta, una bandierina in effetti. E che la reazione vedendola successivamente e ripetutamente sarebbe cambiata.

In questo spazio che considero un quaderno di viaggio sto per registrare fedelmente i nomi delle città che non sono più solo una parola e una posizione sulla cartina. Che ci sia andata intenzionalmente, o per una sosta improvvisata, per un cambio di programma poco importa (qui si dice uguale, peu importe). Da brava nerd, per mio piacere e vostra noia cerco di raggrupparli nello stesso spezzone tra un punto e virgola e il successivo se hanno fatto parte dello stesso viaggio. Mettendoli pure in ordine temporale, tranne per la regione di Tours. Ciò che è a portata di passeggiata in bicicletta non lo metto, che fa parte di Tours e dintorni.
Non solo: un elenco così nel blog è veramente brutto da vedere, ho deciso che dedicherò un post unicamente per questa lista che ha una certa importanza solo per me, e che se mi decido ad essere un po' più nerd metterò a giorno in tempo reale (en temps réel, anche questo si dice uguale).

In Touraine: Chenonceau con Terry, Fondettes, Amboise già tre volte con vari amici, Rochecorbon, Bléré, Blois con Simona,

Fuori dalla regione Centre:
Mont Saint Michel, Saint Malo, Dinan, Dinart, con Nicola e Francesco; Carnac, Audierne, Quimper con Francesca; Dreux, Chartres; Saumur, Nantes con mia sorella; La Bourboule; Grenoble; Caen, Port en Bessin con Michele; Limoges, Chedigny con Chiara e Michele; Bordeaux, Contis-les-Bains, Biarritz, Saint Jean de Luz con Frédéric proprio questo weekend di ferragosto.

E già mi rendo conto che potrei aver dimenticato qualcosa - non tipo Tours e Parigi, eh, quelle non si contano :)
Eh sì: il vero nerd mette le bandierine mano a mano, mica aspetta un anno a segnarsi le cose.
Petite joueuse, si dice, piccola giocatrice: cioè "che scarsa"!